Ai piedi del Parnaso – Fondazione del Futurismo

[Ora parrà s’eo saverò cantare – Guittone d’Arezzo]

Il Manifesto del Futurismo viene pubblicato sul quotidiano francese Le Figaro il 20 Febbraio del 1909, ma si è a conoscenza del fatto che lo scritto era pronto già da tempo prima. L’autore, Filippo Tommaso Marinetti, che nasce da genitori italiani ad Alessandria d’Egitto, si diploma in Francia e, infine, si trasferisce in Italia, decide di non diffondere subito il testo fondativo della sua avanguardia. Voleva aspettare il momento adatto, momento in cui il suo manifesto potesse fare più rumore possibile. In pratica, il Marinetti non voleva che il lancio del suo scritto coincidesse con qualche importante notizia di cronaca che potesse distogliere l’attenzione dal suo lavoro. Fu per questo che prima della pubblicazione su Le Figaro, il manifesto del futurismo, già confezionato e limato, dovette attendere qualche tempo nel cassetto dell’autore d’Alessandria.

Ma, giunto il 20 Febbraio, poté finalmente fare la propria comparsa sulla prima pagina del quotidiano francese. Subito raggiunse fama internazionale e si cominciò a parlare con grande scalpore di cosa fosse mai il Futurismo. Marinetti aveva ottenuto un importante successo, si era mostrato quale ottimo venditore della propria merce. Durante la sua vita egli fu sempre attento a pubblicizzare bene la propria opera, i propri lavori, le proprie idee. Marinetti era un uomo deciso, disposto ad esporsi alle più dure critiche, disposto perfino ad autobiasimarsi pur di ottenere lo scopo prefissato. Lo dimostra un aneddoto riportato da Walter Vaccari nel volume Vita e tumulti di F.T. Marinetti. Luciano Ramo era un giornalista principiante che aveva deciso insieme ad un collega di pubblicare un giornaletto satirico intitolato In Galleria. Orbene, Marinetti propose di divenire azionista del giornale sostenendolo col proprio denaro a patto che venissero accettate alcune sue condizioni. Desiderava essere aggredito, insolentito, ingiuriato in tutti i numeri. «Dite quel che volete di me. Che sono un arrivista, un avventuriero, un losco individuo, un mantenuto». Li esortò, dunque, a dire ciò che volessero, purché lo offendessero. E tutto ciò solo per creare attorno alla propria figura il necessario rumore che garantisse la giusta pubblicità al movimento letterario che stava per lanciare, di lì a poco, con alcuni suoi fedelissimi. Addirittura arrivò ad invitare il giovane Ramo a stroncare senza pietà la sua tragedia Roi Bombance, allora da poco pubblicata, abbandonandola completamente nelle mani dei due futuri redattori di In Galleria.

La capacità di farsi pubblicità è una caratteristica fondamentale degli autori novecenteschi, e non solo letterari. In generale tutti gli artisti, adesso che l’arte è divenuta meno nobile, meno sacra, cercano il pubblico, che ora non è più una ristretta élite di esperti, ma una grande massa di anonimi individui che spesso non ha i “mezzi” adatti a decodificare il messaggio artistico. E Marinetti, in questa ricerca di pubblico, era un maestro. Egli aveva capito per tempo che il mondo stava cambiando, che l’arte stava morendo. Ma il suo temperamento non gli permetteva querule lamentazioni e nostalgici vagheggiamenti. «L’arte sta morendo? Bene, diamole il colpo di grazia e facciamo iniziare la sua rigenerazione» potremmo dire parafrasando il pensiero del poeta e drammaturgo. E in effetti l’arte, e la letteratura in primis, avevano bisogno di grosse scosse, perchè l’intero mondo intorno era in preda ad un terremoto.

Nel 1899 Freud aveva pubblicato L’interpretazione dei sogni, testo fondamentale per la Psicoanalisi, tra il 1900 e il 1901 Husserl redige le Ricerche Logiche, nel 1905 Enstein formula la teoria della Relatività ristretta, nel 1907 Picasso dipinge Les Demoisulles d’Avignon, dipinto fondamentale per la storia dell’arte novecentesca. Qualche anno prima con la diffusione della radio e del cinema da parte dei fratelli Lumiére si erano avuti altri forti sconvolgimenti nella vita quotidiana. L’elenco, succinto ma significativo, rende bene l’idea della nascita del Novecento, secolo che, stando alle parole di Musil (l’autore de L’uomo senza qualità), nasce in posizione podalica, quindi in maniera fortemente traumatica. Niente sarà più come prima. Nemmeno l’arte. Marinetti lo aveva capito, e voleva dar vita ad una sua totale trasformazione. E’ così che idea e pubblica il Manifesto del Futurismo, evento che, a pari degli altri, contribuirà a creare un solco insormontabile tra il lungo Ottocento e il Novecento, definito da Hobsbawm il Secolo Breve.

Les-Demoiselles-dAvignon.jpg
Ai piedi del Parnaso – Fondazione del Futurismoultima modifica: 2009-03-18T18:15:00+00:00da carminedecicco
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