Ai piedi del Parnaso – Copernico e lo strappo nel cielo

Mattia Pascal, personaggio inventato da Luigi Pirandello e protagonista dell’omonimo romanzo, si sa, odia Copernico. Nella premessa alla sua biografia confessa che il suo ritornello è Maledetto sia Copernico!. Che cosa di tanto grave abbia fatto l’astronomo polacco, è presto detto. Con la sua teoria dell’eliocentrismo ha relegato l’uomo in periferia. Non più al centro dell’universo fatto tutto per lui, non più abitante di un pianeta intorno al quale soli, satelliti, e altri astri gravitano, ma, dopo Copernico, a causa di Copernico l’uomo è costretto ad ammettere la propria normalità, ora che non è più al centro di nulla, ora che la Terra è costretta a girare intorno al Sole e questo non è altro che una piccola stella in mezzo a chissà quante altre.
L’uomo non è più il centro, quindi non merita più l’attenzione di prima. E’ facile da dire oggi, ma nel Cinquecento fu un vero colpo per tutti. Colpo che ebbe milioni di conseguenze, anche a distanza di molto tempo. E una conseguenza dell’eliocentrismo arriverà, dopo quattro secoli, a disturbare il povero Mattia Pascal, che vuol scrivere della propria vita, ma non sa come farlo, visto che ora tutto è relativo, visto che le certezze non ci sono più. Maledetto sia Copernico! Ma, come si dice, mal comune, mezzo gaudio. Le pene del povero bibliotecario sono state condivise da moltissimi altri autori del Novecento. Insomma, è all’inizio del nuovo secolo che ci si rende conto che la rivoluzione copernicana è arrivata anche nella letteratura e che quindi bisogna abbandonare il vecchio modo di fare romanzo. Addio a I Promessi Sposi, a Madame Bovary, a Ivanhoe, a Delitto e Castigo. Ora bisogna scrivere in maniera diversa. Gli sconvolgimenti di inizio secolo si riflettono nella letteratura, com’è giusto che sia. Il romanzo novecentesco assume l’ottica del racconto, sembra fatto di frammenti isolati, e questo perchè non è più possibile analizzare la realtà in maniera univoca. E’ un romanzo ironico, perchè viene meno la serietà classica, è un romanzo autoironico, perchè prende in giro se stesso. Molti sono i romanzi scritti con un intento di chiudere la tradizione. Ormai la letteratura sembra non servire più, quindi gli autori puntano a scrivere l’ultimo grande romanzo, che segni la fine del genere.

Tuttavia l’agonia letteraria non si conclude mai con la sua morte. Questo essere moribonda, questa volontà di scrivere la parola finale è paradossalmente la forza della scrittura novecentesca. Scrittura che, certo, deve modificarsi. Nessun intento più totalitario, ora si punta solo al dettaglio. Il romanzo del Novecento è appunto questo, un ammasso di dettagli spesso incoerenti, scomposti. Si ricordino La cognizione del dolore di Gadda o l’Ulisse di Joyce, che narra le vicende di una sola giornata in oltre mille pagine. Il romanzo moderno lo si può leggere in disordine, si possono saltare la pagine. Riflette su se stesso, e riflette sulla scienza, che ora non illumina più la scrittura, come per i grandi romanzi positivisti e veristi, ma gli complica ancor più la vita. Si pensi alla teoria della relatività, o alla nascita della psicoanalisi. Con questo non si vuol dare ad intendere che il romanzo dell’Ottocento non sia sperimentale, tuttavia questo cerca sempre di nascondere la propria officina, mentre nel secolo successivo i “lavori in corso” saranno ostentati con orgoglio. E’ un nuovo tipo di scrittura, autoreferenziale, che non punta all’ordine e all’unità.

L’autore, colui che dovrebbe reggere le fila del discorso, è quello più scisso di tutti. Contamina il romanzo col saggio, col racconto, con altre forme di arte. Con buona pace degli ideali classici. Ma il classicismo, si sa, è da tempo morto, caduto sotto i colpi della modernità. Modernità che sconvolge tutto e tutti, e rende impossibile comportarsi come i grandi eroi del passato. Nel XII capitolo de Il fu Mattia Pascal un interlocutore del protagonista parla di una tragedia classica, quella di Oreste, figlio del re Agamennone ucciso dall’amante della madre. Oreste sa che deve vendicarsi del padre, non ha alcun dubbio. Deve diventare un carnefice per pagare col sangue la morte del genitore. Ma cosa accadrebbe se il cielo di carta del teatro si strappasse proprio nel momento culminante dell’opera? Se all’interno della realtà consueta,mediante uno strappo venissero aggiunti elementi nuovi, estranei, imprevedibili? Oreste non avrebbe più la forza di vendicarsi, saprebbe ancora che dovrebbe farlo, ma non lo farebbe. Se nulla è uguale a prima, a che pro la vendetta? Insomma Oreste diverrebbe Amleto, il vendicatore assalito dai dubbi. La differenza tra la letteratura del passato e quella del presente è appunto questo strappo, strappo che iniziò a provocare Copernico, con i suoi studi. Sì, siamo sempre lì, Maledetto sia Copernico! Certo, l’astronomo non sarà il solo responsabile. Tantissime saranno le cause che trasformeranno il mondo, l’uomo, la società. Tutto sarà diverso e non sarà più possibile nemmeno alzare il naso per guardare le stelle senza vedervi, al posto della classica volta illuminata dai consueti puntini gialli, i vortici ipnotici di colori della Notte stellata dipinta da Van Gogh.

Van Gogh - Cielo stellato.jpg
La “lezione” è una summa di quelle, vere, che i professori univeristari (Sabbatino, Saccone, Acocella) mi hanno tenuto in questi giorni.
Ai piedi del Parnaso – Copernico e lo strappo nel cieloultima modifica: 2009-03-28T13:10:00+00:00da carminedecicco
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