Il monaco

Col rosario tra le mani avanzava lungo le stradine in pietra senza fretta, passo dopo passo, preghiera dopo preghiera, grano dopo grano. Indossava un saio logoro, rattoppato in più punti. Qua e là macchie di sporcizia deturpavano l’abito, rendendo ancor più evidente il suo squallore. Squallore di certo accentuato dall’aspetto dell’uomo: pallido ed emaciato, aveva lunghi capelli neri scarmigliati ed unti, nemmeno troppo folti, anzi piuttosto radi. La barba, incolta, appariva anch’essa sporca.

 

Era il tempo in cui la grande mimosa era stata tagliata. Guardare fuori dalla finestra della mia camera non era più la stessa cosa, senza i suoi rami stagliati contro l’azzurro del cielo. Mi ero alzato presto, quel giorno, non ero riuscito a dormire a causa di una stanca inquietudine che mi accompagnava da tempo. Avevo aspettato nel salotto le sei, sorseggiando tè sempre meno bollente mentre la luce vinceva, come ogni giorno, la sua infinita battaglia con le tenebre. Mi ero preparato ed ero sceso nella mattina gelida, disegnando intorno a me dense e sottili colonne di alito caldo.

Poco dopo salii a bordo del treno che transitava al consueto orario per il mio paese. Mi misi a sedere su un sedile poco comodo, ed attesi la mia fermata. Fantasticai.

Non molto tempo dopo tornai alla realtà: un suono acuto imperversò nei vagoni della vecchia locomotiva, indicando che il mezzo aveva raggiunto una nuova stazione e che chiunque fosse intenzionato a scendere adesso poteva farlo. Un uomo che aveva viaggiato tutto il tempo in piedi, aspettando paziente vicino alla porta metallica, si industriò per aprirla non appena il moto del treno si arrestò. Abbassata la maniglia, scese velocemente e proseguì nella stazione non ancora affollata. Subito diversi immigrati lo seguirono, precipitandosi fuori con le loro pesanti borse colme di oggetti da vendere, desiderosi soltanto di evitare incontri con addetti alla sicurezza che chiedessero loro di mostrare i titoli di viaggio.

Si avviò poi presso l’uscita un uomo col saio, che durante il tragitto non aveva fatto altro che recitare in silenzio vecchie e lunghe preghiere, rigirando tra le proprie mani un rosario color mogano.

Trovai ripugnante la sua sciatteria, e il pensiero che qualcun altro sporco come lui potesse aver occupato il posto nel quale io ora sedevo mi infastidì a tal punto che un’espressione di feroce disprezzo comparve sul mio volto. Nondimeno continuavo a tener gli occhi fissi su quell’uomo. Doveva avere una sessantina d’anni, ma qualcosa nel suo aspetto gli dava un’aria di maggior giovinezza. Non riuscii a capire che cosa, allora.

Ad un tratto questi si voltò verso di me, quasi consapevole del mio sguardo. I nostri occhi si incontrarono, fissandosi gli uni negli altri. Le sue pupille erano cerulee. Non credo che il nostro sguardo si fosse protratto per più di un secondo, eppure ciò mi fu sufficiente: decisi di seguirlo.

 

Fu così che da allora seguo quest’uomo, monaco di un ordine antico ed inviolabile, ovunque egli decida di andare. Di tanto in tanto, la notte, prima di coricarmi, mi chiedo ancora il perché io abbia deciso di abbandonare tutto, così, di punto in bianco per seguire qualcuno che in un primo momento trovai ripugnante. Sorrido, non trovando nessuna risposta. Recito la mia preghiera, quindi, e mi addormento.

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Il monacoultima modifica: 2010-01-29T23:22:00+01:00da carminedecicco
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5 pensieri su “Il monaco

  1. Non so se è una mia impressione, ma da quando ho inziao a leggere il tuo blog la tua scrittura sta percorrendo una via verso l’essenzialità, e questo mi ricorda quando poo più che ventenne scrivendo pensavo di dover farcire la pagina con tutto ciò che sapevo, sciorinando vocaboli e sintassi. Oggi faccio l’opposto: comincio a mettere giù ciò che mi suggerisce la fantasia o il cuore, e poi inizio a togliere il superluo, per arrivare al nucleo della storia che volevo raccontare. Ciao, e complimenti

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