Ai piedi del Parnaso – L’entropia di Gilgamesh

L’entropia di Gilgamesh

 

Il porto sepolto

 

Vi arriva il poeta

e poi torna alla luce con i suoi canti

e li disperde

 

Di questa poesia

mi resta

quel nulla

d’inesauribile segreto

 

Giuseppe Ungaretti

 

L’entropia è una grandezza fisica che indica qual è l’attitudine di un sistema fisico a non produrre lavoro. Ogni volta che l’energia subisce una trasformazione, una parte di essa tende ad assumere una forma più degradata, ossia a divenire calore. Il calore non può essere ritrasformato, e quindi in un sistema fisico quando inevitabilmente si produce questa forma degradata di energia succede che diminuisce la capacità di produrre lavoro. Quindi l’entropia aumenta.

 

Nella letteratura accade qualcosa di analogo. Gli sforzi e l’impegno degli scrittori non sempre producono risultati mirabili ed immortali. Anche un grande autore può non essere all’altezza dei propri standard (del resto diceva Orazio “quandoque bonus dormitat Homerus”, qualche volta anche il buon Omero sonnecchia) e produrre qualcosa che deluda le attese. Altre volte, invece, le attese non vengono nemmeno deluse, perché non ce ne sono affatto. Ciò che vale non campo della produzione della letteratura, vale anche in quello del suo studio.

 

A differenza di altre discipline lo studio della letteratura è legato allo spreco. Esso non segue le ferree leggi dell’economia, della meccanica, dell’ingegneria, volte ad ottenere risultati col minor numero di sforzi, tentativi, materiali possibile. Nella pratica letteraria bisogna sprecare le proprie forze, le proprie capacità, metterle in gioco con la consapevolezza che non per forza saranno ripagate. Magari, però, ciò che nell’immediato non conduce a nulla, può in seguito essere captato da qualche altro, che unendo i propri sforzi agli altrui riescirà a pervenire ad un risultato considerevole. Così, un critico commenta una poesia oggi, un altro la stessa domani, poi un terzo dopodomani e, leggendo i precedenti commenti, riesce a realizzarne un altro capace di illuminare con una nuova luce l’autore della poesia.

 

Anche chi le poesie (o i racconti, i romanzi e così via) le scrive sa bene che parte dei suoi sforzi andrà dispersa. Quale miglior prova che il terzo verso della poesia in epigrafe di Ungaretti? Il poeta approda ad un porto sepolto dove trova l’ispirazione per realizzare i propri canti. Quindi, giunge in superficie e li disperde. Non li diffonde, li disperde. Li disperde perché nel momento della diffusione dei suoi versi sa bene che qualcosa si perderà, qualche significato, qualche senso segreto celato tra i versi, che i più non potranno comprendere ed apprezzare. E nondimeno il poeta disperde i propri canti, si sforza pur consapevole che non tutti i propri sforzi saranno recepiti. Eppure lo fa. Non c’è altro modo di diffondere la letteratura che disperderla, non c’è altro modo di studiarla se non quello si sprecare la propria energia.

 

E ciò che vale ora è sempre valso. Gilgamesh, il primo eroe epico dell’umanità, re dell’antica città sumera di Uruk, sconvolto dalla perdita del suo grande amico decise di intraprendere un viaggio per apprendere il segreto dell’immortalità. Quale bene più grande? Quale dono più prezioso? Quante peripezie egli superò per trovare l’unico uomo immortale, sopravvissuto al diluvio universale! Ma, giunto da questi, capì come le cause della sua immortalità fossero irripetibili. Partì allora alla ricerca di un’erba subacquea, simile al biancospino, capace di restituire la giovinezza. Ma nemmeno questa volta andò bene. La trovò, certo, ma gli venne sottratta da un serpente che la mangiò, cambiando pelle. L’eroe tornò quindi a casa, apparentemente a mani vuote. I suoi sforzi non erano valsi a nulla, aveva sprecato le proprie energie per una ricerca infruttuosa. Eppure, proprio da questo dispendio disordinato di forze, nacque la storia appena raccontata, una delle più antiche del mondo. Cercava l’immortalità Gilgamesh, ed in fondo la ottenne, grazie alle parole che raccontano le sue gesta, grazie allo spreco – apparentemente inutile – delle sue energie.

 

In letteratura, quindi, proprio come in fisica, parte dell’energia potenziale si degrada e si trasforma in calore. Eppure, è proprio questo calore che scalda i cuori di chi, quale sia la sua cultura, quale sia la sua predisposizione d’animo, decide di investire parte del proprio tempo nella lettura di un buon libro.

 

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Ai piedi del Parnaso – L’entropia di Gilgameshultima modifica: 2010-03-15T21:54:00+00:00da carminedecicco
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5 pensieri su “Ai piedi del Parnaso – L’entropia di Gilgamesh

  1. Mettere le proprie emozioni o la propria storia in un testo, celarla al mondo in modo tale che solo l’autore possa effettivamente capire, o cercare di gridare qualcosa nel modo più bello che esista credo sia un dono raro. Molti sono gli scrittori in circolazione, pochi si possono definire scrittori veri e propri, quelli che sono in grado di rendere un pensiero in un linguaggio aulico e nello stesso tempo semplice e comprensibile a tutti. E’ necessario avere la sensibilità giusta per cogliere dalle situazioni quotidiane quella poeticità e meraviglia che fa sognare,quella che fa grande uno scrittore, e per me tu tutte queste caratteristiche le hai!

  2. Hai trovato una bella metafora, è vero che l’arte, la musica, la letteratura cedono calore, quello che passa in un’emozione. Ma contrariamente alla fisica, è un calore che si rigenera continuamente, come se la fonte fosse infinita e non si consumasse. E Gilgamesh è un archetipo di molti eroi letterari, antichi e moderni che lo hanno seguito e, per certi versi, imitato. Buona serata da NM

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