Alfonso, muratore

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Erano tutti in quella che sarebbe divenuta la sala da pranzo: Clarissa, futura padrona di casa, Massimo, che tra due settimane avrebbe smesso i panni del fidanzato per indossare quelli del marito, il signor D’Ambrosio, proprietario dell’azienda edile che si occupava dei lavori, l’ingegner Tonelli, e uno dei due operai che da mesi lavoravano tra quelle mura, che loro stessi avevano eretto. L’altro operaio, Alfonso, era rimasto sulla soglia della stanza. Aveva ascoltato un po’ i discorsi degli altri, infine aveva deciso di tornare a lavoro: si sentiva un pesce fuor d’acqua in mezzo a quella gente. Aveva abbozzato un timido «con permesso» mentre li abbandonava, ma non era sicuro che gli altri lo avessero sentito o fossero riusciti a interpretare le sue parole. Continuavano a chiacchierare: si discuteva della data di termine dei lavori, si accennava al matrimonio, al luogo del viaggio di nozze dei due futuri sposi.

Poi, improvviso, un boato riempì l’aria, rimbombando con prepotenza tra le stanze spoglie dell’appartamento.

L’ingegner Tonelli sbuffò con energia, mentre l’unica donna del gruppo portò una mano, la sinistra, alla bocca, soffocando un grido. Il signor D’Ambrosio si colpì la coscia con uno schiaffo, per evitare di straparlare. Il collega di Alfonso, invece, bestemmiò. Sarebbe infatti toccato proprio a lui riparare i danni che l’altro aveva causato. «Cosa è successo?» urlò attraverso le pareti Massimo, tradendo ira e fastidio.


Alfonso non sapeva cosa rispondere. Tutta colpa delle sue mani, che non smettevano mai di tremare. Era sempre stato afflitto da questo problema, o, per lo meno, lo era da quando aveva memoria. Come sempre, poi, una situazione nuova, insolita, che gli procurava una leggera ansia, un leggero disagio, aggravava il tremolio.

Fissò per un attimo i pezzi della lastra di marmo che aveva fatto cadere, triste e incredulo. Si abbassò per raccogliere quelli più grandi, ma proprio allora fu raggiunto dal suo collega.

«Masto Ma…» esordì cercando di spiegare.

«Alfò stai zitto» lo interruppe il nuovo arrivato, dando chiaramente prova di non essere intenzionato ad ascoltare giustificazioni. Afferrò una scopa e prese a spazzar via i frammenti, accumulandoli in un angolino.

«Masto Ma…».

«Ha rotto la lastra di marmo che si doveva sistemare sul davanzale, poi vediamo come risolvere». Il masto questa volta aveva interrotto il suo datore di lavoro, anch’egli sopraggiunto per dare un’occhiata al guaio combinato da Alfonso.

Il signor D’Ambrosio, scossa energicamente la testa, tornò nell’altra camera, a riferire l’accaduto agli altri.


***


La signora Antonietta scese lentamente e con attenzione le scale, visto anche che recava tra le sue mani un vassoio con dei bicchieri e delle tazzine. Come ogni giorno, nel primo pomeriggio, verso le tre, preparava una tazza di caffè per i due muratori che lavoravano nella casa accanto alla sua. Aveva preso l’abitudine di bere la bevanda che era solita gustare dopo pranzo, insieme a loro, stanca com’era di fare tutto da sola, dopo la morte del marito Ottavio. I suoi figli e i suoi nipoti, quelli quando mai si facevano vedere!

Ma non era il caso di pensare a questo. Ci pensava già quando era sola. Almeno la pausa caffè doveva essere immune da tristi pensieri.

«Buon pomeriggio» urlò dalla soglia d’ingresso.

«Prego prego» le rispose una voce lontana. «Avanti».

La signora Antonietta entrò e si diresse nella direzione della voce. Lì avrebbe trovato i due lavoratori.


Così fu. I due smisero di attendere alle loro faccende, e ringraziando cordialmente la loro benefattrice, si sedettero su qualche sedia improvvisata, mente l’unica buona della casa in costruzione la cedettero alla donna, che vi si accomodò allegra. Versò il caffè nelle tazzine e l’acqua nei bicchieri, poi tese prima l’una e poi l’altro ad entrambi. Come al solito Alfonso tese solo la mano destra, mentre con la sinistra se la manteneva un po’, per evitare che tremando troppo versasse il contenuto dei piccoli recipienti a terra.

«Alfò ma tu devi fare qualcosa per queste mani».

«Grazie» disse il muratore, riferendosi alla gentile offerta di acqua e caffè, poi aggiunse un suono indistinto abbozzando un sorriso per rispondere alla nuova affermazione della donna.

«Signora Antoniè lasciatelo stare. Oggi già ha fatto un guaio».

Alfonso si girò verso la voce, un po’ dispiaciuto per il discorso che era stato introdotto. Si vergognava sempre dei problemi che causava.

«E cosa ha fatto?».


***


Alfonso lentamente tornò a casa. A piedi, come tutte le volte: la patente non era mai stato capace di prenderla. Meglio così, si ripeteva ogni volta che ci pensava, con un po’ di rimpianto: combinerei solo guai. Sulla via del ritorno, incrociò parecchi volti noti, alcuni dei quali lo salutarono. Alfonso rispondeva con cortesia, anche se un po’ lo confondevano i modi di taluni, che sembravano divertiti per averlo incontrato.

Ma, in fondo, perché dare importanza a ciò?

Un’altra giornata di lavoro era terminata. Era un venerdì, il giorno successivo avrebbe dovuto lavorare soltanto mezza giornata. D’Estate, addirittura, il sabato non lavorava proprio, ma ora era Novembre, le giornate erano corte, e il cambio d’ora costringeva a lavorare un’ora in meno durante la settimana e a recuperarle il sabato.

Un aspetto positivo, però, Novembre lo aveva: avvicinava il Natale.

E ad Alfonso il Natale piaceva.


Proprio mentre pensava ai futuri addobbi delle strade, il muratore fu a casa. Con le chiavi che portava sempre con sé aprì il cancelletto che immetteva sul minuscolo giardino che circondava la sua dimora. Un sorriso largo e gioioso gli si dipinse sul volto. Sua moglie e sua figlia lo aspettavano accanto alla porta d’ingresso, sedute su pezzi di tronco d’albero tagliati a mo’ di sedili. Ogni volta che le due si mettevano lì fuori, significava che la figlia aveva trascorso una buona giornata, senza particolari problemi legati alla sua malattia.

«Buonasera!» gridò lui, quando fu loro più vicino.

«Ciao papà!» fu la risposta entusiasta della figlia.

«Alfonso siediti un po’ che stai stanco. Mo ti vado a prendere un bel bicchiere d’acqua, ma tu siediti».

«Aspetta, mo vai, statti un po’ qua vicino a me» rispose lui, sedendosi accanto alla moglie. Era stanco, sì, ma felice. Per quanto avesse lavorato, per quanti problemi avesse creato, ora era a casa, accanto alla moglie e alla figlia, vedeva il sorriso sul loro volto. Rimasero tutti e tre seduti un po’ fuori la porta, a guardare gli alberi perdere foglie e le luci della città accendersi lentamente.

«Entriamo, che fa freddo» disse infine.

«Speriamo che anche domani sia una buona giornata» disse la figlia mentre, aiutata dalla madre, si alzava in piedi.

«Sì, speriamo».

Alfonso, muratoreultima modifica: 2010-11-16T10:42:00+00:00da carminedecicco
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7 pensieri su “Alfonso, muratore

  1. La figura di quest’uomo è toccante e acuto il sottolineare di una realtà che suona di conosciuto, di familiare.
    L’invisibilità, è un tratto così comune…specie oggi. Cosa sappiamo dei pensieri, dei sogni, dei dolori e delle speranze che si nascondono dietro gli sguardi e le azioni consuete? Quanto ci interessa saperlo?

    Tratti il tema con grande semplicità, fluidità ed efficacia: non si può, proprio non si può, non provare un vago senso di colpa leggendo queste racconto.
    Ciao

  2. qual’è l’angoscia che divora Alfonso? Si percepisce il suo malessere, reso benissimo dalle tue sapienti parole. Il rientro serale a casa è di una umanità indescrivibile. L’ho letto e riletto con piacere. La forza, nonostante il suo tremore, di quest’uomo comune che regge il peso della sua famiglia e della malattia oscura che incombe come una spada di Damocle giorno dopo giorno. Piccoli segnali di cedimento che Alfonso riesce a scacciare. In una parola potrei definirlo coraggioso. Un uomo il cui orgoglio per la sua famiglia non crollerà mai.
    Cavolo se mi è piaciuto!
    Complimenti Carmine. 🙂

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