Fuga a Samarcanda

 

 

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Siete mai stati invasi dall’euforia di una guerra finita? Non la felicità piena di dubbi che segue una battaglia vinta, non l’entusiasmo di uno scontro finito bene, non la soddisfazione di un’azione militare portata a buon fine. Non parlo di questo. Parlo dell’euforia, l’euforia che vi invade quando i nemici sono stati definitivamente battuti, quando si capisce che essi non torneranno, che la guerra è finita. Per sempre. Che non si combatterà più.


Quella sera mi sentivo pervaso da quell’euforia. È triste da dire, ma la mia letizia derivava in gran parte dall’avercela fatta. Ero sopravvissuto, a dispetto dei tanti che se ne erano andati. In seguito, avrei pianto ogni singolo compagno perduto, ma quella sera no, quella sera ero felice, felice di esserci. Di essere nella Capitale, dove c’era la gran festa per la vittoria. I soldati ammaccati e stanchi, feriti e invecchiati si preparavano per tornare a casa, ma non prima di aver festeggiato per il successo: bevevano vino, ballavano nelle strade, ma soprattutto gettavano le loro divise insanguinate e infangate. Tra le note che si diffondevano nell’aria fresca e illuminata dalle stelle e dalla luce delle torce e dei falò, la pila di divise gettate via aumentava sempre più fino a quando le si diede fuoco, mentre i musicanti senza sosta suonavano i loro strumenti e i calici si riempivano di vino e si vuotavano, in continuazione, e i piedi battevano a terra seguendo il ritmo, impacciati, sicuri, felici.


Era Primavera, e la stagione da poco arrivata aveva concesso alle donne di riabbracciare i propri uomini, alle madri di carezzare di nuovo i figli, alle figlie di rivedere i padri. Quale stagione migliore della Primavera per terminare una lunga guerra? Quale stagione migliore per ricominciare a vivere? Si proseguì tra baldoria e divertimenti per tutta la notte: solo all’alba, quando le tenebre lasciarono spazio ad un timido sole furono spenti i falò.


Ma, orrore: fu proprio in quel momento che vidi tra la folla una donna completamente vestita di nero. Fu soltanto per un attimo, ma sufficientemente lungo per cogliere la cattiveria presente nel suo sguardo, quando incrociò il mio. Ne fui certo, la nera Signora era lì per me. Oh effimera gioia dell’uomo, consumata e perduta nel corso di una notte!


Corsi dal Sovrano, chiedendogli la grazia di poter fuggire dalla città. Non era giusto, gli dissi, che io dovessi morire dopo essere sopravvissuto alla guerra. Che la donna vestita di nero reclamasse la mia vita quando stava per ricominciare. Ne era convinto anche lui, e così mi affidò il cavallo più rapido che possedesse, affinché scappassi lontano e veloce e mi lasciassi dietro la nera Signora.


Chi mai si sarebbe aspettato che, cessate le ostilità, mi sarei di nuovo trovato a scappare sotto il cielo che lento cambiava colore? Incitavo il destriero urlando più forte che potevo e squarciando la calma dell’aurora. Correva come il vento che non soffiava, eppure lo spronavo affinché andasse più forte. Non ti fermare, gli urlavo, sperando che quella donna non mi seguisse, che la mia fuga la facesse desistere dal suo terribile piano. Ma non riuscivo a togliermi dalla mente quel suo sguardo maligno. Lo avevo sempre davanti agli occhi.


Attraversammo fiumi, campi coltivati, terreni incolti. Mille scenari e mille chilometri. Passai accanto a torri e manieri, miseri villaggi e luride baracche, mentre il sole si alzava nel cielo e nell’aria risuonavano i lamenti di grilli e cicale. Fuggii per un giorno intero, fino a giungere a Samarcanda, dove credevo che sarei stato al sicuro. Non fu così: tra la folla della città rividi la nera Signora. Il mondo mi crollò addosso. Non avevo più forza di scappare. Era inutile. Mi avvicinai, allora, chinando il capo e dissi: «Appena l’altro ieri eri tra la folla festante della Capitale, e ora sei qui, dove io sono giunto per sfuggirti, ma tu mi hai preceduto. Sono scappato da te, eppure ti ritrovo qua. Appena l’altra notte vidi il tuo sguardo, capii cosa volevi da me, ma la fuga tempestiva a nulla è valsa. Sono pronto a offrirti la mia vita, nera Signora, non posso più scappare».


La nera Signora mi guardò con solennità, poi parlò: «Sbagli soldato. Sei più ingenuo di quel che credi. Come tutti gli uomini, del resto. Il mio sguardo non era maligno, ma solo stupito».

«Come, stupito?» replicai senza nemmeno accorgermene.

«Sì, uno sguardo stupito. Mi chiedevo cosa facessi l’altro ieri nella Capitale, quando ti aspettavo qui per oggi. Appena due giorni fa eri lontanissimo da Samarcanda, dove avevi appuntamento con la morte. Ho seriamente creduto che per festeggiare non riuscissi a giungere in tempo qui».


Alzai lo sguardo, la osservai. Poi guardai il cielo per l’ultima volta, raccomandai il mio cavallo alla nera Signora e infine la seguii.

Fuga a Samarcandaultima modifica: 2011-04-12T10:03:00+02:00da carminedecicco
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