Sangue e idromele – parte terza

«Il prossimo sarò io» ripeté, come parlando agli alberi che costeggiavano il sentiero. Ma non fuggì, o almeno, non lo fece immediatamente. Fu infatti paralizzato da un’intuizione. Aveva capito chi c’era dietro quelle due morti. Istintivamente mise la mano sinistra sul cuore, dove, riposte in una tasca della giacca, custodiva le due buste piene di soldi che aveva prelevato in fabbrica e portato con sé. Al sentire la consistenza della sua arma, trovò lo forza di spirito necessaria per proseguire. Magari non tutto era perduto, magari sarebbe riuscito ad evitare la giusta vendetta del suo invisibile nemico. Sì, giusta. Era quello l’aggettivo più adeguato. Il signor G. aveva commesso un grave errore nella propria vita, e quella notte era giunta l’ora della resa dei conti.

 

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Riprese la fuga. Correndo senza sosta in quelle terre che sembravano estendersi all’inverosimile, G. pensò a quanto era stato in dubbio quella sera prima di lasciare la propria dimora. Aveva compiuto la scelta sbagliata, evidentemente. Nel frattempo la furia della pioggia sembrava essersi calmata, ma ora le nuvole si erano mosse, e coprivano leggermente la luna: tutto era più scuro. Fu proprio a causa della difficoltà di vedere che cadde, inciampando su un ramo che ostruiva il sentiero e che non riuscì ad evitare nella sua corsa timorosa.

 

 

«Questo sarebbe il momento migliore per ucciderti».

 

Una voce parlò nel buio. Quantunque non la sentisse da anni, la riconobbe immediatamente. Si alzò veloce e riprese a correre, il cuore in gola, l’intero corpo in preda a terribili sussulti. Piangeva, e le sue lacrime si confondevano sul viso sporco e bagnato. Era la fine, lo sapeva bene. Si arrestò di colpo.

 

«Sto facendo il tuo gioco con questa fuga, vero? Era quello che volevi fin dall’inizio, che mi perdessi in queste maledette terre». Per qualche secondo non ottenne alcuna risposta. Sentì soltanto il vento soffiare lontano e la pioggia cadere leggera. Non percepiva rumore di automobili né sirene della polizia. Poi, improvvisamente, una figura gli si parò innanzi.

 

«Sì, hai fatto il mio gioco. Per stasera, almeno» disse, mentre con calma accendeva una torcia.

 

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G. poté quindi scorgere il volto del suo vecchio amico, colui con il quale aveva fondato la Kvasir Bevute.

 

«Come ti vanno gli affari?» gli chiese sarcastico l’uomo con la luce, che non sembrava affatto risentire dello sforzo della corsa sul terreno bagnato.

 

«B…bene» rispose G. balbettando. Ansimava. «Io…avrei dovuto…beh, ho sbagliato».

 

«Non preoccuparti, amico». Pronunciò questa parola in maniera così sgradevole che l’altro rabbrividì, un secondo dopo si gettò a terra, in ginocchio.

 

«Ti supplico, non uccidermi» lo pregò, piangendo con maggiore intensità. «Ho moglie e un figlio» aggiunse.

 

L’altro al sentire quelle parole rise forte: la sua era una risata senza gioia, ma solo d’effetto. «Io pure avevo una donna e un bambina. E poi dovevi pensarci prima alla tua famiglia».

 

«Ho i soldi con me. Il doppio di quanto di mandavo di solito. E posso darti altro denaro. Tutto quello che vuoi».

 

«Volevo restare nell’azienda. Volevo non essere mai cacciato. La Kvasir era mia quanto tua. Era nostra: l’avevamo creata insieme. E tu mi hai allontanato, pensando di tenermi buono con i tuoi dannati soldi. Il denaro: oramai solo questo conta per te? La persona con la quale iniziai a produrre idromele non era così. Che ne è stato di lui?»

 

«So…sono sempre…io. Sono io. Nonostante gli errori. Sono pronto a pagare i miei sbagli, ma non con la vita». E così dicendo prese dalla tasca le due buste e le porse al vecchio amico, sul cui volto si potevano leggere tracce di una crescente follia.

 

«Dammi qui».

 

A queste parole G. fu sollevato: pensò che ci fosse ancora qualche spiraglio per risollevare la propria posizione. Ma l’idea svanì non appena vide l’altro avvicinare il fuoco della torcia alle banconote.

 

«Non  so cosa farmene di questi soldi macchiati di sangue. Li brucio, come bruciavo quelli che mi consegnava il tuo dipendente ogni anno. Ho goduto molto nell’ucciderlo, così come mi sono divertito a martoriare il corpo di quello stupido barista. Ma tutto questo è nulla rispetto alla soddisfazione che mi deriverà dal farti fuori».

 

Mentre una leggera fiammella bruciava contorcendo le carta di soldi e buste, G. si alzò in piedi. Prese il suo fazzoletto nero e si asciugò il volto. Fissò un attimo il cielo, quasi del tutto scevro di nubi, oramai. Non pioveva più.

 

«Non c’è nessun modo per farti cambiare idea?» domandò quindi.

 

«Alla tua decisione di estromettermi dalla Kvasir non potei opporre alcuna parola efficace. Eppure sapevi che ero in un brutto periodo. Non avesti abbastanza pazienza con me. Col tuo amico d’infanzia». Non terminò nemmeno la frase e colpì con la torcia il volto del suo interlocutore, leggermente più basso. Lo colpì nuovamente, gridando e piangendo. Era disperato, erano entrambi disperati. Eppure, era troppo tardi per cambiare le azioni di entrambi. G. aveva il volto bruciacchiato. Gli usciva sangue dalla bocca e dal naso. L’ultima cosa che vide furono le gocce rosso scuro cadere a terra, e immaginò che fossero gocce di idromele, la bevanda degli dei.

 

Poi perse conoscenza.

Sangue e idromele – parte terzaultima modifica: 2011-10-28T15:02:00+00:00da carminedecicco
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