Carnevali di periferia

Carnevale di periferia

Lo stringeva tra le mani e lo trovava inaspettatamente freddo. Certo, era un gelido pomeriggio di metà febbraio con l’aria umida e il cielo gravido di nuvole che promettevano pioggia, ma quello che più incideva sulla percezione del freddo erano le sua mani innaturalmente calde.

Sono troppo agitato, si disse, mi devo calmare. Tirò un profondo sospiro, quindi guardò il grosso ragazzo che era al suo fianco. Sembrava assolutamente tranquillo, sebbene stesse per arrivare il suo turno.

Non stiamo facendo la fila per un esame o per un vaccino, spiegò paziente a se stesso. Gli altri si divertono, non sono come me. Fu turbato da quest’ultima considerazione, come ogni volta accadeva quando metteva in evidenza la propria diversità.

Si rivide poco prima insieme ad un folto gruppo di compagni raggiungere il negozio, entrare solo e fare quell’ordine che aveva sconcertato il negoziante e che aveva fatto avvampare il suo volto da timido cliente. Va’ tu, gli avevano detto gli altri, a te le daranno.

Così era stato, suo malgrado.

Perso in queste considerazioni e rievocazioni si accorse solo all’ultimo momento utile di ciò che era successo. Accanto a lui era cominciato il fuggifuggi generale: voci divertite schiamazzavano allontanandosi rapidamente e imprecazioni erano vomitate dal centro della strada.

Sebbene avesse ripetuto quell’operazione innumerevoli volte nel corso di quegli ultimi giorni, fu preso dal panico e per innumerevoli secondi, impietrito, rimase immobile senza sapere che fare. Quando però qualcuno gridò il suo nome si riebbe e prese a scappare in direzione dell’urlo.

Correva a più non posso, figurandosi dietro si sé un grosso e pericoloso inseguitore. Non ebbe il coraggio di voltarsi per confermare il proprio timore e non arrestò la sua corsa fino a quando non si sentì al sicuro, acconto ai suoi coetanei.

Passarono diversi minuti prima che tutti tornassero alle proprie posizioni. Ogni cosa sembrava nuovamente tranquilla.

La mano nella quale lo custodiva era però diventata pesante come un macigno. Si era augurato di perderlo durante la corsa, ma non era successo. E ora il suo turno era davvero imminente. Guardò il cielo sperando che uno scroscio d’acqua mettesse fine a tutto, ma le grosse nuvole grigie non ne volevano sapere di mandar giù la pioggia.

Fu a quel punto che gli venne l’idea. Sbaglierò di proposito. Sbaglierò questa volta e tutte le altre. Prima o poi decideranno che non fa per me.

Sì, gli sembrava un’ottima idea. Fingersi maldestro poteva funzionare!

Che aspetti?

La domanda che gli rivolsero gli fece sussultare qualcosa in fondo allo stomaco. Doveva sbagliare. Aprì la mano con lentezza, fissò l’uovo che fino a quel momento aveva protetto nella mano sinistra, quindi lanciò un’occhiata all’unico dei suoi amici che frequentava le superiori.

Mira ad un camion, gli disse questi, sarà più facile colpirlo.

Il ragazzino alzò gli occhi verso la strada, sperando di veder solo automobili. No, lui quell’uovo non voleva tirarlo: sapeva che era un pessimo modo di passare il tempo, che era sbagliato, ingiusto e pericoloso, ma pure non voleva incorrere nella derisione e nell’isolamento da parte dei suoi compagni.

Sbaglierò, si ripeté, proprio mentre un grosso camion si avvicinava a velocità sostenuta.

Carnevali di periferiaultima modifica: 2013-02-12T18:53:00+00:00da carminedecicco
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento