Freddo polare

Le ultime quattro sigarette del pacchetto, le ultime quattro sigarette della vacanza. Lui e Sal. Lui e Sal nell’aria gelida che riempiva la solitaria notte norvegese. Luci di alberghi eleganti illuminavano le larghe strade con maggior forza rispetto ai lampioni. Qualche auto veloce, qualche altra lenta, un autobus, di tanto in tanto. Un piccolo pub proprio in fondo allo spiazzale. Il tetto spiovente, come tutti gli edifici lì intorno. Le pareti dello stesso colore dei tronchi dei pini che affollavano gli appezzamenti di terreno ai margini delle strade. Folta boscaglia. In cielo una luna triste e lontana. A passi lenti, tra un tiro e l’altro alla sigaretta, si avvicinarono all’ingresso, stretti nelle spalle, nei loro vestiti poco adatti a quei freddi. Parole liberate tra il fumo, per tenersi compagnia.
Entriamo?
Entriamo.
Un tavolo da biliardo al centro della stanza, intorno sedie e sgabelli. Sulla destra un lungo bancone. Il barista trafficava con dei calici di birra, vuoti ed enormi. Sembrava l’uomo più calmo e più saggio di tutta la Terra. Dispensava palliativi e subitanee amicizie agli uomini nel momento della loro sofferenza, e nessuno è più savio e allo stesso tempo più folle, di un uomo nel momento della sofferenza. Da buon barista ascoltava le confessioni dei suoi clienti, disinibiti dall’alcol, disillusi dalla vita. Raccoglieva i loro sospiri, la loro rabbia, paura. La loro delusione, il loro odio. Raccoglieva gli improperi che divenivano lacrime, raccoglieva le lacrime che si trasformavano in violenza. Un’occhiata alle bottiglie di liquore stipate su una mensola di vetro fissata al muro. Bottiglie alte e sottili con liquori verdi, bottiglie tozze colme fino all’orlo di rum, di vodka. Ottimi metodi per svuotare la mente dalle afflizioni, per riempire l’animo di sensi di colpa. Bevi e ti senti colpevole verso i tuoi genitori, verso i loro sacrifici per conservarti in buona salute, quella stessa salute che ora stai distruggendo. Bevi e ti senti colpevole nei confronti di tutti coloro che soffrono, loro sì per motivi validi e invece i tuoi altro non sono che un cumulo di futili bambinate. E senti che stai sbagliando anche nei confronti di Dio, nei confronti della vita, ma allora nemmeno puoi lamentarti e devi solo subire e tacere. Tacere e subire.
Beviamo?
Ma non possedevano abbastanza denaro per permettersi qualche bicchiere, il loro unico lusso era quel pacchetto con le ultime due sigarette. Sedettero stanchi fissando i tristi operai specializzati che, mandando in buca, una dopo l’altra, le quindici sfere colorate, si rilassavano dopo una lunga giornata di lavoro, lavoro che nessuno di loro aveva sognato da piccolo, ma cosa ci vuoi fare, è andata così, e non ci resta che giocare a biliardo e colpire le sfere tra un sorso e l’altro di birra. Certo, qualche migliaio di euro che entra ogni mese, ma anche quelle domande, sempre quelle stesse domande, puntuali come i treni di questo paese, ogni mattino, al risveglio sotto le pesanti coperte, nella camera da letto ben arredata. Ma è tutto qui? È veramente tutto qui? È questa la vita? Ed io, sono felice, in fin dei conti? Complicato rispondere, meglio andare a far colazione. È così che cominciava la giornata di quegli operai, per poi finire qui, di sera, in questo pub, uguale a chissà quanti altri.
Andiamo?
Ma sì, meglio andare. Domani bisogna svegliarsi presto, c’è l’aereo.
E le sigarette?
Domattina, prima di salire a bordo.
Fuori dal locale, di nuovo nella notte. Qualche donna a passo spedito tornava a casa, un po’ infreddolita, un po’ spaventata dai due amici, così diversi dalla gente del posto. Le auto che transitavano più di rado, qualcuna sfrecciando inghiottiva la strada, in una folle marcia verso lucenti bagordi. Saranno prodighi di soddisfazioni?

Arrivano all’albergo, nella calda hall. Qualche vecchio elegante ancora chiacchiera di affari. Un giro nei corridoi rivestiti di moquette, un po’ su e giù nel capiente ascensore, poi la card elettronica nell’apposito vano, e i due entrano nella propria camera. Sal si stende sul letto, dopo averlo sgombrato dai vestiti che aveva tirato fuori dalla valigia alla rinfusa, mentre l’amico siede sulla poltrona a guardare il televisore che in una lingua incomprensibile dà istruzioni su come usufruire dei programmi a pagamento.

Stette così, immobile, gli occhi fissi sulla scatola elettronica, senza prestare attenzione alle frasi in sovrimpressione, senza essere attento a ciò che accadeva intorno, per decine di minuti, ore forse. Sal ormai dormiva. I vestiti che affollavano il suo letto erano ora stipati nella valigia, ancora senza il minimo ordine. Anche Giò dormiva nel proprio letto. Russava. Chissà ora come stava, se si era ripreso, visto che la sua emicrania gli aveva impedito perfino di scendere quella sera. Tutti dormivano tranne lui. Provò a mettersi più comodo, abbandonando la poltrona per stendersi supino sul proprio letto del tutto sgombro. Niente. Niente sonno, s’intende, ma tanti pensieri. Tanti pensieri e un’idea. Una passeggiata, questa volta da solo, o meglio, in compagnia della sigaretta che gli toccava. Prese il pacchetto riposto sul tavolino in legno scuro e, apertolo, estrasse la propria parte di bottino residuo. Uno sguardo ai due giovani amici addormentati e poi via. Chiuse la porta dietro di sé, tese l’orecchio, e si rese conto che pioveva. Forte, per giunta. In camera c’era l’ombrello rosso messo a disposizione dalla direzione dell’albergo, ma anche se aveva compiuto solo pochi passi, non gli andava di tornare indietro. Percorse il corridoio fino in fondo, chiamò l’ascensore che, rapido, lo condusse al piano terra, ora deserto. Deserto, a parte una giovane donna dai capelli rossi e dalla carnagione perlacea. Era seduta su una sedia girevole nell’area accettazione. Sembrava triste, e molto probabilmente lo era, piccola bambola diafana e seducente, timida e provocante allo stesso momento. Le sorrise quando le passò a fianco, ottenendo un cenno di saluto come risposta. Uscì dalla hall nell’aria fredda e bagnata. Ora le gocce d’acqua scendevano giù meno copiose e violente, tuttavia il rumore che producevano cadendo sul porticato era ancora forte. Era un piacere ascoltarlo. Era di compagnia per il giovane. Per il giovane che si sentiva solo. Pensò a sua sorella, ai suoi genitori. Li vide in riva al mare, in un tramonto assolato, insieme, ma un po’ malinconici. La vacanza, senza di lui, non aveva lo stesso sapore. Gli dispiaceva soprattutto per la piccola, gli dispiaceva e un po’ si sentiva in colpa. Lui lì, a divertirsi, così lontano da casa, così lontano da loro, a non approfittare dell’unico momento dell’anno in cui la famiglia poteva essere unita e felice. Si cresce e ci si allontana dai propri genitori, dai fratelli e dalle sorelle. Si cresce e ci si dimentica di quando si era fanciulli , di quando tuo padre era un eroe e tua madre la più bella modella. Si cresce e ci si sente in colpa, e tutto diventa triste. Per sempre. E tutto questo fa schifo, perdonatemi, vi prego di perdonarmi e di volermi bene e, dannazione, perché non riesco più ad abbracciarvi anche se ho tanta voglia di farlo? Ho tanta voglia di stringermi a voi e dar fondo a tutte le mie lacrime.

Essere stretto, questo desiderò mentre riempiva i propri polmoni di fumo. Chiuse gli occhi. Li riaprì sullo stesso sfondo di prima, e sentì la delusione deformargli il viso. Il cielo era buio, eppure c’era qualcosa di strano, di diverso, nella volta celeste che avvolgeva quei luoghi. Gli edifici erano maestosi, seriosi, freddi, così lontani da ciò che poteva essere definito casa. Gli alberi così numerosi, eppure così distanti, incapaci di partecipare ai moti interiori di un uomo. Antichi, ma per nulla romantici. Un paesaggio spettacolare, ma totalmente insensibile. Finì la sigaretta. Qualche passo sotto la pioggia per gettare la cicca nel piccolo contenitore. Qualche passo neanche di fretta, a dispetto dell’acqua. Un autobus, in lontananza, sulla strada a tre corsie. Si sentì lontano, così lontano dal suo mondo, dai suoi, dalla sua casa. Senza mettersi al riparo prese il portafoglio, contò i soldi rimasti. Non sarebbero bastati. Avrebbe dovuto chiedere altro denaro a suo padre. A suo padre che lo guadagnava col sudore della fronte. E lui lì a divertirsi. E lui lì sotto l’acqua, in un paese tanto lontano dal suo. Un paese dove nemmeno poteva utilizzare la parola casa. Riprese a camminare, in direzione della strada, con pochi soldi e vestiti non adatti a quei freddi. Sotto la pioggia. Senza nemmeno un ombrello. Riprese a camminare. All’accettazione Ingvild, la piccola bambola diafana e seducente, continuava a registrare i nomi dei clienti dell’albergo su quel computer ipertecnologico. Tutti gli altri dormivano.

Viandante sul mare di nebbia.jpg
Freddo polareultima modifica: 2009-01-07T19:32:00+01:00da carminedecicco
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