I pensieri di Enim

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Enim sedeva a terra con la schiena contro la scura ed umida roccia, le gambe distese per tutta la loro lunghezza, i piedi appoggiati sul suo zaino da viaggio. Con una mano manteneva la carta che aveva intenzione di trasformare in una mappa di quei luoghi, seguendo il filo dei propri ricordi. Aveva insistito per ottenere il primo turno di guardia, ed ora eccolo lì, a scribacchiare sulla carta mentre gli altri dormivano. Dopo una discussione protrattasi un po’ troppo per i suoi gusti, lui e gli altri avevano deciso di accamparsi fuori dal tempio, in un posto altrettanto facile da controllare, ma senza alcuna pesante porta di pietra a sbarrare la via d’uscita. Mentre tutti erano abbandonati al sonno, lui poteva fare il punto della propria situazione.


Ciò che lo aveva di più sconcertato era stata quella sensazione di estrema soddisfazione che lo aveva pervaso quando si era reso conto che l’Anello del Potere era stato trafugato. Non aveva mai provato alcunché di simile: una sensazione di felicità insana e perversa, che sembrava appartenere ad un altro piuttosto che a se stesso. Già, ad un altro. In effetti non era nulla di paragonabile alla paura che lo aveva invaso quando – nemmeno più era capace di calcolare con esattezza quanto tempo fosse passato – aveva visto un cadavere umano in avanzato stato di putrefazione trascinato dalla corrente del fiume. Allora era stato egli stesso a temere, egli stesso ad essere spaventato. Poco prima del suo turno di guardia, invece, la felicità che aveva ospitato nel proprio animo sembrava appartenere ad un estraneo. Forse, pensò, appartiene a qualcuno dei Vittoriosi. Non appena ebbe formulato quest’ipotesi, il suo cuore cominciò a battere tremendamente forte. Ma certo, doveva essere così. In fondo quando gli avevano assegnato come missione quella di reinserirsi e di controllare le mosse del suo vecchio gruppo, i Cacciatori del Vingaard River, non gli avevano spiegato come poi poter fornire loro queste informazioni. Aveva sempre ingenuamente creduto di dover incontrare qualcuno a cui riferir tutto.


Enim tirò un profondo sospiro, chiuse un attimo gli occhi, come per riordinare le idee. Lasciò cadere la mappa e il necessario per realizzarla, e tirò a sé le ginocchia, cercando di occupare il minor spazio possibile, quasi non volesse che la vergogna che in quel momento provava si spandesse attraverso il suo corpo nell’intero ambiente.

Era convinto di riuscire a tener buoni i Vittoriosi fornendo loro informazioni di poco conto, che non compromettessero i suoi amici. Voleva solo raggiungere al più presto Caergot, parlare con Lord K. e partire con lui alla volta del covo di quei maledetti, per liberare Sorban e la madre del suo futuro figlio.


E se anche Sorban gli avesse mentito? Quella domanda gli balenò in mente involontaria ed inopportuna. E se la storia del nascituro fosse solo un ennesimo inganno? Enim portò entrambe le mani alla testa, come per schiacciare la mole dei suoi pensieri: stavano prendendo una piega spaventosa. No, non poteva essere così. Ed inoltre voleva salvare quella ragazza. Anche se Sorban mentisse. Con lei aveva condiviso tante notti insonni e solitarie. Si era confidato con lei, le aveva confessato le proprie inquietudini e raccolto le sue. Aveva riposato sul suo seno, trovato ristoro nei suoi abbracci.


Fu così, ancora una volta in maniera tanto rapida quanto imprevista, che finì col pensare a Lady Linda. Chissà se ancora lo attendeva nel suo palazzotto di Palanthas, stupenda come un tempo. Automaticamente a quel pensiero portò la mano sinistra sull’anello che lei gli aveva regalato, pegno di un amore infranto ed ingrato. Enim detestò se stesso e la propria vita: da quando era scoppiata quella dannata guerra, la sua esistenza non aveva più né capo né coda: era tutta disordine e confusione.

I pensieri di Enimultima modifica: 2010-07-15T14:10:00+02:00da carminedecicco
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