Gli esordi

 

Introduzione dell’autore ossia giustificazioni preliminari


Questo scritto nasce per raccogliere gli esordi di diversi racconti che da tempo ho intenzione di scrivere, ma che, per un motivo o per un altro, non sono ancora riuscito a mettere su carta. Esso, allora, si configura anche come sprono per la loro realizzazione: una volta scritte le prime righe di una storia, dovrebbe essere più facile mettersi al lavoro per continuarla. Forse una rassegna di prime righe di storie diverse, non collegate le une alle altre, non offre molti motivi di interesse, ma, in tutta sincerità, sentivo la necessità, il bisogno, di lavorare in questo modo. Considero il mio blog, infatti, oltre che una vetrina nella quale esporre i miei scritti a quanti hanno la pazienza e la gentilezza di leggerli, anche uno strumento per sviluppare e incrementare la mia produzione scrittoria.

 

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Il funerale di Jack

Per quanto molte persone avessero conosciuto Jack, numerosi individui si fossero intrattenuti con lui, gli avessero rivolto qualche parola, o, semplicemente, qualche sguardo, al suo funerale eravamo solo in due: io, e la mia giovane sorella. Non so indicare con sicurezza le cause di questa assenza di massa, diciamo pure mancanza di gratitudine e delicatezza, ma se dovessi fornire una risposta secca ad una domanda altrettanto precisa, credo additerei il prodursi di questa spiacevole situazione alla fretta che, oramai, sembra dominare la vita di ognuno.

Insomma, tutti corrono a destra e a manca, oberati da mille e più impegni, cercando di fare tutto, senza però riuscire spesso a far nulla, o nulla bene. Ma non divaghiamo. Dilungarmi su eventuali spiegazioni, impantanarmi in descrizioni dello “stato attuale delle cose”, sarebbe un ulteriore torto nei confronti di Jack. Mi è infatti stato affidato il compito di raccontare ai signori della Corte come si svolsero i fatti risalenti a quell’infausto inizio di Novembre dello scorso anno. E io lo farò, affidandomi esclusivamente alla mia memoria e alla mia buona fede.


Quella notte pioveva, lo ricordo bene. A breve sarebbe giunta l’Estate di San Martino, ma quella notte a dominare erano la pioggia e i primi freddi di un Autunno che, lento, si avviava a divenire sempre più inoltrato, per trasformarsi poi in Inverno. Io e mia sorella ci eravamo dati appuntamento per mezzanotte: queste, infatti, erano le ultime volontà di Jack. Voleva essere sepolto durante il passaggio da un giorno all’altro, e noi cercammo di accontentarlo. Ci vedemmo nel vecchio cimitero del villaggio, sebbene lì non venisse seppellito più nessuno. Portammo entrambi delle pale con noi.


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Alfonso, muratore.

Erano tutti in quella che sarebbe divenuta la sala da pranzo: Clarissa, futura padrona di casa, Massimo, per ora suo fidanzato, ma tra due settimane marito, il signor D’Ambrosio, proprietario dell’azienda edile che si occupava dei lavori, l’ingegner Tonelli, e uno dei due operai che da mesi lavoravano tra quelle mura, che loro stessi avevano eretto. L’altro operaio, Alfonso, era rimasto sulla soglia della stanza. Aveva ascoltato un po’ i discorsi degli altri, infine aveva deciso di tornare a lavoro: si sentiva un pesce fuor d’acqua in mezzo a quella gente. Aveva abbozzato un timido «con permesso» mentre abbandonava la futura sala da pranzo, ma non era sicuro che gli altri lo avessero sentito o fossero riusciti a interpretare le sue parole.

Continuavano a parlare: si discuteva della data di termine dei lavori, si accennava al matrimonio, al luogo del viaggio di nozze dei due futuri sposi. Poi, improvviso, un boato riempì l’aria, rimbombando con prepotenza tra le stanze spoglie dell’appartamento.


L’ingegner Tonelli sbuffò con energia, mentre l’unica donna del gruppo portò una mano, la sinistra, alla bocca, soffocando un grido. Il signor D’Ambrosio si colpì la coscia con uno schiaffo, per evitare di straparlare. Il collega di Alfonso, invece, bestemmiò. Sarebbe infatti toccato proprio a lui riparare i danni che l’altro aveva causato. «Cosa è successo?» urlò attraverso le pareti Massimo, tradendo una leggera ira.

Alfonso, non sapeva cosa rispondere. Tutta colpa delle sue mani, che non volevano smettere di tremare. Aveva sempre avuto questo problema, o per lo meno, lo aveva avuto da quando aveva memoria, e, come sempre, quando era leggermente agitato esso si aggravava. Fissò per un attimo i pezzi della lastra di marmo che aveva fatto cadere, triste e incredulo.


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La masseria abbandonata

Quando zia Nunzia passò davanti alla masseria nella quale aveva trascorso l’intera sua infanzia e gioventù, non poté fare a meno di interrompere il dialogo tra il nipote e suo marito:

«Che tristezza vederla così abbandonata».

Carlo fissò lo specchietto sinistro della vettura che guidava e vi vide ritratto un grosso cancello rosso, arrugginito, che si ergeva al termine di un lungo viale asfaltato, ma pieno di buche e immondizia. Ai lati del cancello, la ringhiera che circondava l’ampio giardino, o meglio, ciò che restava di esso, era completamente coperta da erbaccia e rami che, non tagliati a dovere, avevano proseguito la loro prepotente crescita in tutta libertà e arroganza.

«Perché sta così?» domandò alla zia, trasferendo il proprio sguardo nello specchietto retrovisore, dove vide formarsi il volto rugoso e gli occhi stanchi della sorella di suo padre. Suo zio, seduto sul sedile anteriore destinato ai passeggeri, gettò uno sbuffo di disapprovazione.

«Gli otto figli del vecchio proprietario non riescono a mettersi d’accordo tra loro su come dividersi la terra e la casa».

«Stanno in causa» aggiunse zio Raffaele, con una nota di disapprovazione nella voce.

«Un vero peccato» gli fece eco il nipote. «Era bella, vero?»

«Quando abitavamo noi, la tenevamo come un gioiello» rispose la donna. Il noi, ovviamente, era riferito a lei, alle sue sorelle, ai suoi fratelli, e ai loro genitori, che ora non c’erano più. Cominciò a ricordare qui tempi.

Gli esordiultima modifica: 2010-11-13T00:33:00+01:00da carminedecicco
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7 pensieri su “Gli esordi

  1. Il tuo modo di fare non mi sorprende affatto. Spesso ho pensato di scrivere un lungo racconto fatto solo di “incipit” e credo che altri lo abbiano già fatto (qualcuno lo ha anche pubblicato, credo).
    Non penso invece chequesto possa servire di sprone. In genere io quando lascio a metà un racconto non lo riprendo più. E se lo riprendo lo termino a fatica e spesso non mi piace.
    Un saluto.

  2. Un’idea molto interessante 🙂 Forse per un vero scrittore come te funziona, nel mio caso invece non funzionò: usai lo stesso metodo ma… a volte pur avendo una buona ispirazione iniziale diviene difficile andare avanti…
    Di questi “esordi”, il più promettente (e aperto) per essere continuato appare il terzo, anche forse i primi due sono più originali.
    Ma ovviamente è solo il mio punto di vista 🙂

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