Mio nonno

Sunt aliquid Manes

Prop IV,7

Mio nonno se ne andò in un giorno di vento, di vento forte che proveniva dal nord, dalle grandi pianure. Attraversò le montagne rocciose, la regione dei laghi, e giunse a sferzarmi il volto, a portar via da esso grosse lacrime calde, quel vento del nord. Piangevo perché mio nonno aveva deciso di abbandonarci senza nemmeno un ultimo addio. Piangevo anche mentre sconosciuti mi porgevano le loro più sincere condoglianze per l’incolmabile perdita. Ma dov’erano negli anni della sua malattia, sì premurosi uomini e donne? Gradivo solo il vento, il vento del nord, in quello strano giorno di Marzo.

Mi svegliai di soprassalto, liberando le mie braccia dalle leggere lenzuola di cotone, rigirando il capo sul cuscino duro. Sentivo il vento ululare e far sbattere, con il suo impeto, la vecchia anta della finestra dentro i vecchi stipiti di legno. Imputai a quel rumore, forte ma irregolare, la causa del mio risveglio. Qualche gatto miagolava alla luna le sue tristi avventure. Abbassai le palpebre pensando all’indomani, al carico di lavoro che esso avrebbe portato con sé, e stimai utile assai una profonda e lunga dormita. Miagolii sempre più insistenti interrompevano il monologo del vento. L’anta ancora batteva. Passi. Vicini, lontani, nella mia mente. Forse. Chiusi gli occhi e mi girai tra il fresco tepore del mio letto, affondando la mia faccia nel cuscino. Mi imposi di dormire, tuttavia, dopo ore e ore, ero ancora sveglio per metà, e alternavo un ronfo ad un eternoriposo.

Il gallo cantò riempiendo l’aria con la sua voce stridula, proprio mentre Simonpietro tradiva il Signore per la terza volta. Anche io mi sono macchiato dello stesso reato. Disgraziatamente la persona verso la quale ho peccato, è la stessa che ha il compito di giudicarmi. Sono al mio processo, seduto sulla scomoda sedia di legno dell’imputato. Fisso la giuria, scandagliando uno per uno i loro volti, angelici, demoniaci, umani. Cerco di apparire sereno e disinvolto, ma certo le mie guance irsute non mi donano un bell’aspetto. La barba mi dev’essere cresciuta durante il periodo di prigionia. Quanto tempo ho trascorso dietro le ferree sbarre circolari di una galera quadrata? Mesi. Forse. Una vita, più probabilmente. Mi agito cercando di ricordare se nel mio paese per i reati analoghi al mio è prevista la pena capitale. Sono colpevole. Ho tradito, ma non fuggirò. Fate di me ciò che dovrà essere.

Neanche stanotte riesco a dormire bene. Mi sveglio di continuo. Non mi addormento affatto, più probabilmente. Sono sveglio da giorni, ma non lo ricordo perché sono troppo stanco. Cerco invano di ricordare gli articoli della Costituzione. Un paio di parole, frasi sconnesse. Sì, sono stanco, di solito ne ricordavo una decina. Ma perché questa prova? Alla domanda risponde il silenzio di questa fresca notte. Mi dolgono le tempie per lo sforzo di tenere chiusi gli occhi. Li riapro, e fisso la parte della stanza illuminata dalla perlacea luce lunare. Luce che filtra dalle ante della finestra di legno. Ripenso a mio nonno, se ne è andato da poco, non gli ho mai detto “ti voglio bene”.

La camera buia opprimente è impregnata dell’odore di alcol e medicina, accanto al letto vi è una grossa bombola di ossigeno bianca, con una maschera per respirare appoggiata sopra. L’uomo è sul letto, con gli occhi chiusi, le mani sopra la coperta. Forse non ha la forza di rimetterle sotto, forse ha soltanto caldo. Forse soffre in silenzio, e, muto, chiede aiuto a noi incapaci di offrirglielo. Forse dorme soltanto. Un pesante tondo raffigurante il Cristo giganteggia nella parete verso la quale è rivolta la testa del degente, e nelle preghiere di quanti chiedono la salute per quest’uomo. Nella stanza al piano inferiore un cero è acceso.

Sono decine di minuti ormai che ho spento la luce arancione della lampada e mi sono steso sul  divano. Nemmeno cambiando giaciglio ho risolto il mio problema d’insonnia. Cosa succederà al mio corpo e alla mia mente se continuerò a non dormire?  Dalla finestra della stanza nella quale mi trovo entra la luce danzante di qualche lontano fuoco. Riscalda qualcuno, o brucia qualcosa? Ricordo le ore trascorse a fissare i colori delle fiamme, da bambino. I miei paradisi perduti. Poi, improvvisamente, sono invaso dalla voglia di pregare. L’eterno riposo dona a loro, Signore.

Mia nonna urla e si dispera battendosi il volto. Si strappa i capelli. Nella forza di questi lamenti si misura la felicità della vita trascorsa a fianco di suo marito, mio nonno, l’unico uomo che lei abbia mai conosciuto. Le mie zie piangono mentre vestono il cadavere e cercano aiuto. Mio nonno è lì, nel letto sul quale di solito non dormiva, con il volto affaticato dal dolore, la barba lunga, il corpo minuto e corroso dal suo male invisibile. La sua anima vaga libera nella casa prima dell’estremo addio. Lo specchio, è stato coperto? I miei genitori stanno tornando dal loro viaggio, mio zio, non so dov’è. Ulula il vento lungo le strade ignare del dramma.

Ricordo le lunghe sue passeggiate, i suoi regali per me bambino. I suoi discorsi, i suoi scherzi. Ricordo le parole che non gli ho riferito, troppo piccolo, troppo adolescente, troppo uomo. Quei silenzi pesano come macigni sulla mia coscienza e appena sono solo mi corrodono l’anima. Ecco il motivo per il quale non riesco a dormire. La mia insonnia si chiama senso di colpa, i miei affanni, le mie tristezze e il tuo vagabondare sono provocati dal non-compiuto. Hai ancora qualcosa da fare quaggiù? Ascoltami, non te l’ho mai detto, ma io ti voglio bene. Se potessi tornare indietro, ogni giorno ti dimostrerei il mio affetto. Chiudo gli occhi, provo a riposare…

La piccola chiesa campestre è stipata di gente. Nella navata centrale, vicino all’altare, c’è il feretro color ciliegio che custodisce la salma, nelle mani un ramoscello di ulivo. Il prete anziano parla di nuova vita, del nostro fratello ammesso nel coro degli santi. Andateinpaceamen. Ci avviamo a passi tardi e lenti verso il cimitero. Sento il rumore della terra calpestata dai miei piedi. Più avanti qualcuno piange lacrime amare. Indietro, qualche chiacchiera sommessa. Nel mio cuore, lo strazio. Arriviamo e ci raduniamo intorno ad un cipresso che, generoso, offre a noi la sua ombra. La bara viene riposta nella fossa umida. Ognuno colla propria mano getta un po’ di terra per ricoprirla. In tanto poco spazio in eterno vivrà un uomo. Le lunghe vie percorse, le azioni compiute, i paesaggi ammirati, i pensieri, le idee, gli spazi sconfinati della fantasia di un uomo racchiusi in una zolla di terra due metri per uno. Lentamente, gli altri vanno via. Io resto solo con me, con i miei fantasmi, e calde lacrime mi rigano il volto.

Niente da fare, non riesco ancora a dormire come Dio comanda. Impazzirò? Già sono impazzito? Chi non lo è, in definitiva? Io, però, ho bisogno di dormire. Ascolto i rumori provenienti dalla strada, i primi portoni che operai mattutini richiudono dietro le loro spalle. Mogli premurose all’alba si sono levate per preparare loro colazione e merenda. Poi, partiti i mariti, tornano a dormire. Io non ho questo privilegio. La luce del sole ormai penetra anche nella mia stanza. Un’altra notte insonne è appena trascorsa. Un altro triste giorno comincia con un freddo mattino.

Succede all’improvviso. Camminavo lungo il fiume, tra rumore di acqua e latrati di cani. Pensavo al passato, poi, lo vedo. È proprio come l’ultima volta, ma la sua espressione è indecifrabile. Non voglio azzardare congetture. Non riesco a trovare parole da dirgli. Sarà l’emozione, la paura, sarà che l’assenza di parole è la migliore colonna sonora per il nostro incontro. Il tramonto, sullo sfondo. Ricordo le nostre passeggiate, le mie corse incontro a lui, quando rincasava tardi. Ricordo i nostri discorsi sul calcio. Ricordo i regali che era solito offrirmi. Gli ho voluto bene, davvero. Glielo dico, finalmente, alzando la voce. Lui, però, non è più davanti ai miei occhi. I cani continuano i loro discorsi, l’umidità scende, le prime stelle compaiono nel cielo. Dove sei, nonno?

Un mese è passato da allora, da quello strano giorno di marzo. Sono di nuovo in chiesa, nella stessa chiesa del suo funerale, sulla stessa panca di legno, solo. Sono qui per il trigesimo della sua morte. Prego e ascolto il messaggero di Dio, grido in silenzio il bene che volevo a mio nonno. Appare, alla mia destra. Non sono poi tanto sorpreso, gli dico lentamente guardandolo negli occhi. Mi sorride, mi dice “Cognosco”. Sa anche che gli voglio bene? Sì, pure questo. Scambiatevi un segno di pace. Lo faccio nell’aria ricolma di incenso. La sua mano piccola e gelida nella mia ritrova calore. Gli altri fedeli recitano le litanie. Ci guardiamo sorridendo. “Nunc ire possum”…lo saluto rivalutando il mio nipotaggio. Ciao caro nonno, riposa per sempre. In pace. Torno a casa, dopo la funzione. Mi sdraio sul divano, chiudo gli occhi. Mi addormento, finalmente.

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Mio nonnoultima modifica: 2009-01-12T18:12:00+01:00da carminedecicco
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