Il frustrato

Filtro sull'occhio.JPG

Girai la manopola del gas premendo contemporaneamente il pulsante per l’accensione. Niente, solo un piccolo “clic” non seguito da alcunché. Riprovai una seconda volta, poi una terza. Il risultato non cambiò. Lasciai i fornelli in cerca di un accendino, mordendomi le labbra. Quando lo trovai, accesi le fiammelle manualmente. Volevo prepararmi una camomilla, ne avevo proprio bisogno. Il calore che sprigionava il fornello e che riscaldava l’acqua nel piccolo bollitore, teneva calde a malapena le mani, ma almeno le illuminava nel buio generale nel quale la stanza era immersa. Vidi i segni che il freddo dicembrino lasciava su di esse, ignare del sollievo di creme o fluidi idratanti. Distolsi lo sguardo, volgendolo verso ognuna delle quattro pareti della camera, mentre i miei occhi si abituavano all’oscurità. Una rapida occhiata intorno, poi li chiusi. Sentivo il fievole rumore del gas fuoriuscire dal fornello e venir bruciato. Sentivo anche lo stesso, invariato, monotono, lancinante dolore all’occhio destro.

 

Dal mio risveglio non mi aveva dato un attimo di tregua, neanche uno.

 

Come se non avessi già abbastanza problemi. Quegli stessi problemi che mi costringevano a starmene solo, in quel luogo buio, mentre il mondo intorno festeggiava l’imminente arrivo del Natale, mentre il mondo intorno si rivestiva di luci intermittenti e di coccarde rosse e dorate. Il rumore dell’acqua che bolliva mi riportò alla realtà. Aprii gli occhi e immersi il filtro di camomilla nel bollitore. Rigirai la manopola per sospendere l’erogazione del gas e far spegnere il fuoco. Ritrassi il filtro e lo portai con me nell’altra stanza, facendo cadere calde gocce sul pavimento impolverato. Che desolazione, pensai, distendendomi sul letto e posando con cautela il filtro bollente sull’occhio dolorante. Avevo appreso questa rudimentale cura da mia madre, ma finora mai avevo provato a tradurla in pratica. Faticai un po’ ad abituarmi all’elevata temperatura dell’impacco, tant’è che più di una volta lo sollevai dal mio volto soffiandolo per raffreddarlo. Tutto sommato, però, era gradevole, a parte qualche residuo del liquido che di tanto in tanto fuoriusciva, rigandomi il volto e rendendolo appiccicoso.

 

Rimasi disteso per un quarto d’ora, gli occhi serrati. Dopo mi alzai per bere la camomilla che avevo preparato. Dovevo calmarmi. Bevvi lunghi sorsi bollenti e scettici. Dubitavo che una semplice bevanda potesse lenire un malessere che si trascinava da giorni, come un triste ed insistente ricordo di un malato di nostalgia. Sorso dopo sorso vuotavo il bicchiere, mentre nella mia mente rivedevo le scene dell’incidente.

 

Lunedì mattina, una telefonata sveglia il mio sonno. Un incarico lavorativo da svolgere alla svelta. Non ho più l’auto, ma il compenso promesso è troppo buono per dire di no. Sarà fatto, rispondo dalla cornetta al mio interlocutore. Metto giù il telefono, cominciandomi ad affliggere. Non sapevo cosa fare, come fare. Poi, inaspettata e timida, un’idea. Mi sarei fatto prestare il motorino dal mio vicino. Un tipo sempre disponibile. Cortese. Mi incappottai per bene, senza nemmeno lavarmi e scesi. Dopo una ventina di minuti ero sul luogo della protesta di cui dovevo occuparmi nell’articolo assegnatomi. Feci qualche foto, scrissi qualche appunto, chiesi informazioni, pareri, dichiarazioni. Poi andai. Dovevo restituire il mezzo di trasporto, al mio vicino serviva. Filavo veloce nella gelida aria mattutina, colorata da un tenue sole e musicata da insistenti clacson ritardatari. Poi, improvvisamente, un’auto che tenta un sorpasso azzardato. Io che provo a frenare, ma sbando sull’asfalto umido. L’auto fila via, indisturbata, io cado. Il motorino si rompe.

 

Vuotai il bicchiere. Mi sentivo in colpa per quell’incidente, non mi dispiaceva soltanto per i soldi che avrei dovuto spendere per ovviare ai danni provocati. Almeno avevo l’articolo. Così credevo.

 

Uno squillo insistente, fastidioso, mi colse di sorpresa mentre sedevo cercando di sfruttare gli effetti della camomilla. Lo schermo esterno del mio cellulare si illuminò, ma un difetto figlio di una brutta caduta non mi permise di leggere il nome di colui che mi cercava. Sperai che fosse lei. Le avrei elemosinato qualche parola di conforto, mi sarei fatto distrarre dalle sue veloci e spensierate chiacchiere. Aprii lo sportello: pronto? Era la caporedattrice. Il pezzo non va bene, hai abbandonato il luogo troppo presto. È successo un finimondo dopo, e tu non ne hai fatto parola. Ascoltavo distaccato, come se fossi concentrato a tutt’altro. Tuttavia le sue parole fastidiose riuscivano ad intromettersi nella mia mente. Gli altri giornali ne hanno fatto menzione. Solo noi no. Ripensai, per un attimo, alla casa di mia madre. Ora cerca di riparare. Ripensai alla mia auto, rubata. E fa presto. Al motorino incidentato. Se i miei occhi in quel buio avessero incrociato il mio capo, l’avrebbero uccisa, con tutto l’odio che sprigionavano. Va bene, sarà fatto, le risposi con voce pacata, distante. Non pensavo alle conseguenze dell’impegno che stavo prendendo. Non mi interessava. Quando la telefonata terminò, mi resi conto di stringere con troppa veemenza il cellulare. Lo gettai sul tavolo, mentre una fitta di dolore all’occhio tornò a tormentarmi.

 

Maledizione.

 

Seduto al piccolo tavolo in legno, liberato per l’occasione dal disordine che lo affollava, cercava di scrivere un nuovo articolo, con la luce accesa, questa volta. Cercavo, in effetti, è una parola inappropriata. Avevo semplicemente una penna in mano e qualche foglio bianco accanto a me. Avevo fatto qualche telefonata, mi ero informato in cosa consistesse il finimondo scatenatosi dopo il mio allontanamento. Poca cosa, in effetti. Forse erano le mie fonti reticenti e poco propense al sensazionalismo. Non sapevo cosa scrivere. L’occhio faceva male più forte che mai. Lo chiusi, lo riaprii. Una nuova telefonata: il mio vicino. Aveva bisogno dei soldi necessari per la riparazione. Subito. Gridai, come per liberarmi da un peso opprimente. Non avevo staccato la chiamata, dall’altra parte dell’apparecchio il mio creditore aveva sentito. Un’ennesima figuraccia. Provai a calmarmi, ma l’occhio mi faceva male, e il dolore fisico mi impediva di trovare le forze per placare quello psicologico. Rividi la casa di mia madre, ancora. Stringevo con forza la penna, disinteressato al cellulare, che immobile giaceva accanto ai fogli. La stanza era illuminata, ma per me era come stare al buio. Anzi, non stare. Non stavo da nessuna parte. Ero solo a pezzi. Respiravo affannosamente, l’occhio mi faceva male. Il dolere era talmente forte che raggiunse la testa. Abbassai lo sguardo e vidi le carte ancora bianche, che aspettavano impazienti di essere coperte d’inchiostro. Anche in redazione lo aspettavano. Provai a scrivere qualcosa. Non era l’articolo. Mi bloccai, incapace di fare alcunché. Ero immobilizzato dal dolore, gravato da tutti quei pesi che non riuscivo a sopportare. Ma il peggio era la consapevolezza che tutti gli altr,i quegli stessi pesi e altri ancora, riuscivano a sopportarli.

 

Loro sì, io no.

 

L’occhio mi bruciava ed io ero al buio. Perdevo tempo senza concludere nulla. E in redazione aspettavano. Tutti aspettavano. Aspettavano da me qualcosa che non ero in grado di dare. Non ne potevo più. E quel maledetto dolore. Aprii gli occhi, senza ricordare perché fossero chiusi. Vidi il cellulare. Il mio vicino stava ancora ascoltando? Un nuovo grido, mentre la penna stilografica mi si conficcò nell’occhio destro. Ancora dolore, per l’ultima volta. Il sangue che colò giù macchiò la mia ultima opera. Era una lettera.

Il frustratoultima modifica: 2009-12-16T17:18:00+01:00da carminedecicco
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2 pensieri su “Il frustrato

  1. accidenti che post..
    ci sono dei giorni in cui chissà perchè si concentrano una serie innumerevole di fattori negativi.. forse in questi casi un bel “ma andate al diavolo tutti quanti” .. chissà ci starebbe proprio bene.. non risolve i problemi.. ma è tanto liberatorio.. ^ __ ^
    un caro saluto

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