L’addio di Enim

Il giovane scosse la testa in maniera violenta, come per svuotarla dai cattivi pensieri che affollavano la sua mente ormai da ore. Come aveva immaginato, fu del tutto inutile. Le immagini di quel pomeriggio erano ancora nitide davanti ai suoi occhi, in tutta la loro inequivocabile evidenza. Come, come era potuto succedere tutto quello? Nessuna risposta, ovviamente. Risultavano così incredibili i recenti avvenimenti, che forse per un secondo si illuse di essere intrappolato in un inspiegabile ma estremamente vivido incubo. Non appena ebbe formulato quell’ipotesi rivide, suo malgrado, la terribile scena.

 

Eccolo lì, steso sul pavimento impolverato della stanza, con le labbra così vicine al terriccio che i distratti passi delle guardie avevano depositato a terra, che quasi ne sentiva il sapore. Eccolo girarsi, e vedere che tre uomini, giovani quanto lui, gli avevano puntato le spade contro. Contorto nello sforzo di dominare la propria rabbia e la propria umiliazione guardò i propri compagni d’avventura per trovare nei loro occhi solidarietà ed aiuto, per vedere una reazione da parte loro, per vederli accorrere in sua difesa…

 

La notte era fredda, la temperatura davvero rigida. Ad ogni respiro una piccola nuvoletta di fumo compariva davanti alla bocca del ragazzo. Chiuse gli occhi, per evitare di vedere questo spettacolo un po’ magico e po’ rassicurante insieme. Non era certo dell’umore adatto. Qualche secondo dopo, si portò le mani davanti alla faccia per coprire il proprio volto, come se temesse che qualcuno potesse leggervi l’onta che in quel momento vi era dipinta. Si fidava di loro, dei suoi amici. Aveva combattuto al loro fianco, avevano rischiato la vita insieme. Per cosa, poi? Per una città ingrata, che invece di ringraziare aveva solo accusato, sospettato, infierito.

 

Era davanti a tutti, i suoi pugnali sguainati. Come al solito, precedeva gli altri per cercare di individuare eventuali  trappole o trabocchetti disseminati nelle segrete del castello. Aveva paura, tanta paura. Paura come non ne aveva mai avuta prima, nonostante fosse già sopravvissuto ad una guerra che aveva sconvolto Krynn. Il cuore gli batteva forte, e solo a prezzo di duri sforzi le sue mani rimanevano ferme. La mente, però, non era altrettanto salda. La confortava tuttavia col pensiero della ricompensa che lo attendeva una volta fuori da quell’orrido e tenebroso luogo. Non soldi, non ne aveva bisogno, ma onore, rispetto, gratitudine. Immaginava un’accoglienza trionfale per lui e i suoi amici, salutati come salvatori della città, come eroi. Immaginava di vantarsi dell’impresa con il fratello, un po’ per scherzo, un po’ per guadagnarsi la sua ammirazione. E poi avrebbe raccontato tutto al padre, a Sorban. Doveva uscire di lì, e al più presto. Gli onori lo attendevano…

 

Non aveva più una famiglia da così tanto tempo, aveva perso gli amici più cari, era lontano da loro, eppure ultimamente aveva pensato di potersi sentire accettato, amato, apprezzato finalmente da qualcuno che potesse farlo sentire a casa. Ma era rimasto deluso, terribilmente deluso. Si era illuso che nonostante le vicissitudini degli ultimi tempi e la sua perenne insoddisfazione, cupa, malinconica, potesse sentirsi bene. Nonostante tutto. Con Kear, Turin, Mikal e Flik stava bene, era felice. Quella vita di pericoli, parche cene, giacigli scomodi, gli piaceva, grazie a loro. Grazie ai suoi amici. Provò un forte conato di rabbia quando pronunciò tra sé e sé questa parola e una nuova idea nascosta in un antro sperduto della sua anima, prese a mettersi in mostra pretendendo attenzione.

 

Aveva conosciuto Mikal nei convulsi giorni trascorsi tra Knollwood e Fallcrest. Non legò subito col mezzelfo, ma poi, battaglia dopo battaglia, tra lande selvagge e sotterranei stretti e pericolosi, aveva imparato a conoscerlo, ad apprezzarlo. Ricordava i discorsi fatti insieme, gli scherzi, i boccali di birra mandati giù in questa o quella locanda sparsa per la Solamnia. Ricordava gli allenamenti condotti in sua compagnia, i consigli chiesti, gli aiuti ricevuti. Ma come dimenticare quel grido, quel grido che lo aveva bloccato mentre, incapace di restar un secondo in più in presenza di quelle dannate guardie e del loro maledetto capitano, aveva provato a fuggire. Non aveva mai sentito Mikal urlare così. Né urlò o alzò il tono di voce quando le guardie braccarono il suo amico, lo colpirono e lo fecero cadere puntandogli le armi alla gola. Non alzò la voce Mikal in quell’occasione, restò calmo vedendo il proprio compagno ferito nell’orgoglio, umiliato.

 

Con forza strappò il laccio che reggeva al collo l’amuleto che il mezzelfo gli aveva regalato. Lo lasciò cadere, incurante della fragilità dell’oggetto. Dopo gli avvenimenti del pomeriggio si era chiuso in un esasperante mutismo, totalmente disinteressato a coloro i quali dividevano con lui la tenda. Non era più nemmeno tanto interessato a vendette o dispetti. Si sentiva vuoto, privato di ciò che ultimamente lo aveva reso tanto felice: l’amicizia. “Me ne andrò” si disse, stringendo i pugni.

Accampamento di notte.jpg
L’addio di Enimultima modifica: 2010-01-26T11:52:00+01:00da carminedecicco
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