Cecità – Recensione

Nella speranza di ricominciare a scrivere racconti e poesie al più presto, inserisco nel blog la recensione di un romanzo di Saramago che lessi neanche troppo tempo fa, recensione che inizialmente preparai per la biblioteca di Dragorà.


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Cecità è un romanzo scritto nel 1995 dello scrittore portoghese José Saramago, insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1998 e recentemente scomparso.
Il libro racconta l’evolversi di un’improvvisa epidemia di cecità bianca, scoppiata in una città senza nome di un paese senza nome, e che da lì si espande all’intero mondo. E’ proprio ora, nella cecità generale, che noi lettori, ideali candidati per divenire le prossime vittime dell’epidemia, riusciamo a vedere l’ipocrisia, la falsità, l’abiezione dell’umanità, le sue nefandezze.

Un mondo di ciechi significa la grande possibilità di un mondo da riorganizzare su basi più giuste, più eque. Ma le cose non andranno in questo modo…

“Cecità” infatti racconta la grande occasione persa da un’umanità che è cieca, ma che è anche, peggio ancora, indifferente. Ed è proprio l’indifferenza, la mancanza di solidarietà, l’elemento più duro da accettare nel mondo del libro, che in effetti non è poi dissimile dal nostro, scoppio dell’epidemia a parte.

«Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono».

Anzi, leggendo queste parole di una delle protagoniste di Cecità, ci rendiamo conto che, in fondo, tra il nostro e quel mondo non c’è nessuna differenza. Ed è proprio questo che l’autore, con una prosa coinvolgente, fluente, rapida, denuncia, anche attraverso immagini forti, crude, violente.

Immagini che colpiscono e rimangono nella mente…ritorneranno infine in primo piano quando diventeremo anche noi ciechi.

 

 

Cecità – Recensioneultima modifica: 2010-10-19T08:14:00+02:00da carminedecicco
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5 pensieri su “Cecità – Recensione

  1. ciao Carmine, non ho letto il libro, ma da ciò che scrivi si capisce di che tratta, a parte l’umanintà che cerca forse un riscatto, usa una metafora che terrorizza tutti, la cecità. e mi fa ricordare mio padre che per un glaucoma negli ultimi anni della sua vita lo era diventato, si addormentava con la radio accesa, per non sentirsi solo, perchè la cecità lo faceva sentire tale. Non so nulla del libro di cui parli ma a questo punto della mia vita, piu che ciechi mi pare che non si cresca mai, che l’umanità sia eternamente bambina, a volte anche crudelmente, solo pronta a chiedere con la mano tesa e capricciosa dei bimbi, chi cresce , diventa davvero un adulto, lo si chiama Santo.
    un saluto cordiale e scusa se sono stata prolissa.
    Giovanna

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