Terza candelina – Fuga a Samarcanda

Ecco il terzo e ultimo racconto, corrispondente alla terza candelina, per il compleanno del mio blog. Ho pubblicato “Fuga a Samarcanda”, che qui potete leggere nella prima versione, nell’aprile del 2011, e come è facile intuire si tratta di una mia rielaborazione di una leggenda non mia, che tante scritture e riscritture ha conosciuto.


Ditemi, siete mai stati invasi dall’euforia che si sprigiona alla fine di una guerra? Non mi riferisco alla felicità piena di dubbi che segue una battaglia vinta, non all’entusiasmo di uno scontro concluso bene, né alla soddisfazione di un’azione militare portata a buon fine. No, non mi riferisco a questo. Non parlo di questo. Parlo dell’euforia, l’euforia che divampa dentro di voi quando i nemici sono stati definitivamente battuti, quando appare chiaro che essi non torneranno, che la guerra è finita. Per sempre. Che non si combatterà più.
L’altra sera mi sentivo pervaso da quell’euforia. È crudele da dire, ma la mia letizia derivava in gran parte dall’avercela fatta, a differenza degli altri. Ero sopravvissuto, a dispetto dei tanti che se ne erano andati. In seguito, avrei pianto ogni singolo compagno perduto, ma l’altra sera no, l’altra sera ero felice, felice di esserci. Di essere nella Capitale, dove la vittoria si celebrava con una gran festa. I soldati ammaccati e stanchi, feriti e invecchiati si preparavano per tornare a casa, ma non prima di aver festeggiato per il successo: bevevano vino, ballavano nelle strade, gettavano via le loro divise insanguinate e infangate. Tra le note che si diffondevano nell’aria fresca e illuminata dalle stelle e dalla luce delle torce e dei falò, la pila di divise abbandonate aumentava sempre più fino a che non le si diede fuoco, mentre i musicanti senza sosta suonavano i propri strumenti e i calici si riempivano e si vuotavano in continuazione, e i piedi battevano a terra seguendo il ritmo, impacciati, sicuri, felici.
Era Primavera, e la stagione da poco arrivata avrebbe concesso alle donne di riabbracciare i propri uomini, alle madri di carezzare nuovamente i figli, alle figlie di rivedere i padri. Quale stagione migliore della Primavera per terminare una lunga guerra? Quale stagione migliore per ricominciare a vivere? Si proseguì tra baldoria e divertimenti per tutta la notte: solo all’alba, quando le tenebre lasciarono spazio a un timido sole, furono spenti i falò.
Ma, orrore: fu proprio in quel momento che vidi tra la folla una donna completamente vestita di nero. Fu soltanto un attimo, ma sufficientemente lungo per cogliere la cattiveria presente nel suo sguardo che incrociava il mio. Ne fui certo, la nera Signora era lì per me. Oh effimera gioia dell’uomo, consumata e perduta nel corso di una notte, di una notte soltanto!
Corsi dal Sovrano, chiedendogli aiuto per fuggire dalla città. Non era giusto, gli dissi, che io dovessi morire dopo essere sopravvissuto alla guerra. Che la donna vestita di nero reclamasse la mia vita quando essa stava per ricominciare. Ne era convinto anche lui, il mio re, e così mi affidò il cavallo più rapido che possedesse, affinché scappassi lontano e veloce lasciandomi alle spalle la nera Signora.
Chi mai si sarebbe aspettato che, cessate le ostilità, mi sarei di nuovo trovato a scappare sotto il cielo che lento cambiava colore? Incitavo il destriero urlando più forte che potevo e squarciando la calma dell’aurora. Correva come il vento che non soffiava, eppure lo spronavo affinché andasse più forte. Non ti fermare, gli urlavo, sperando che quella donna non mi seguisse, che la mia fuga la facesse desistere dal perfido piano. Non riuscivo però a togliermi dalla mente quel suo sguardo maligno. Lo avevo sempre davanti agli occhi.
Attraversai fiumi, campi coltivati, terreni incolti. Passai accanto a torri e manieri, miseri villaggi e luride baracche, mentre il sole si alzava nel cielo e nell’aria risuonavano i lamenti di grilli e cicale. Fuggii per un giorno intero, fino a giungere a Samarcanda, dove credevo sarei stato al sicuro…

Non è stato così. Oh, infame sciagura, crudele, insensato destino: tra la folla di questa città rivedo la nera Signora. Vacillo sotto il peso del mondo che sembra crollarmi addosso. Non ho più forza di scappare. È inutile. Mi avvicino, dunque, chinando il capo: «Oh nera Signora, appena l’altro ieri eri tra la folla festante della Capitale, e ora sei qui, dove io sono giunto per sfuggirti. Mi hai preceduto: sono scappato da te, eppure ti ritrovo qua. Appena l’altra notte vidi il tuo sguardo, capii cosa volevi da me, ma la fuga tempestiva a nulla è valsa. Sono pronto a offrirti la mia vita, nera Signora, non posso più scappare».
La donna mi guarda con solennità, poi risponde: «Sbagli soldato. Il mio sguardo non era maligno, ma stupito. Sì, uno sguardo stupito: mi chiedevo cosa facessi l’altro ieri nella Capitale, quando ti aspettavo qui per oggi. Appena due giorni fa eri lontanissimo da Samarcanda, dove avevi appuntamento con la morte. Ho seriamente creduto che per festeggiare non riuscissi a giungere in tempo da me».
Alzo lo sguardo e la osservo. Poi guardo il cielo per l’ultima volta, raccomando il destriero alla nera Signora. Infine la seguo.

Fuga a Samarcanda.jpg

Terza candelina – Fuga a Samarcandaultima modifica: 2012-02-28T09:30:00+00:00da carminedecicco
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