La Signora delle Ombre

Il racconto che segue è la cronaca di parte di una sessione di Dungeons and Dragons, rivista e leggermente modificata per esigenze narrative. Hanno collaborato all’opera, quindi, il Master Francesco e i miei due compagni di battaglia, Luigi e Giovanni.

Sbang.
La porta di legno crollò sotto il potente calcio di Harrow, alzando polvere e detriti. Qualche piccolo animale, probabilmente un gatto, fuggì via impaurito.
«Seguitemi».
Evidentemente il capo delle guardie, smessi gli abiti da governatore ed indossata l’armatura da combattente era molto più a proprio agio. E molto più deciso. Entrò nell’edificio abbandonato senza alcuna titubanza, con la spada sguainata e lo scudo vicino al petto. Lo seguimmo in silenzio, preoccupati che il suo gesto fosse stato troppo avventato e avesse destato i nemici.
«Troppo a lungo sono stato inerte, ora è il momento di agire. I nemici ci stanno di sicuro aspettando, non certo io col mio rumore li ho allertati»
Aveva ragione, in fondo. Dalla notte prima sia noi che loro eravamo consci dell’imminente scontro. Avanzammo con prudenza, ma senza lasciarci troppo condizionare dalla paura. Harrow guidava il gruppo, io e Valian occupavamo rispettivamente la sua sinistra e la sua destra, dietro, il giovane apprendista mago e il piccolo kender. L’interno era quasi completamente al buio. Alla destra del corridoio che percorrevamo c’era una stanza completamente crollata. Cumuli di macerie occupavano l’ambiente ed erano divenute le dimore di malinconici animali randagi. A sinistra vi era un’altra stanza collegata con una piccola porta che sembrava assai vecchia. Controllai se vi fosse qualche trappola legata ad essa. Era pulita. L’aprii e quella scricchiolò nel silenzio delle mura logore. Mi affacciai con cautela, e davanti agli occhi vidi i segni di una ricchezza antica. La stanza un tempo doveva essere ben arredata, con mobili di ottima fattura e rifinita con grazia. I proprietari dell’appartamento erano stati uomini ricchi. Mi chiesi come mai fossero partiti lasciando tutto a marcire. Cercai di immaginare i loro volti.
«Cosa vedi?» fu la stentorea voce di Valian a farmi tornare alla realtà. Realtà che diceva che eravamo in un luogo infestato da criminali che dovevamo far fuori al più presto. Dissi che non c’era nulla di interessante, che bisognava proseguire diritto. Il nostro condottiero si incamminò guardando torvo Flik il kender che giocherellava con il suo lungo pugnale. Gli sembrava davvero insolito che avventurieri come noi viaggiassero in compagnia di un soggetto così poco affidabile. Ma Flik ci era stato utile in più di un’occasione. Leir, l’apprendista, gli sorrise per rincuorarlo e lo invitò a rimettersi in marcia.
Arrivammo in fondo al corridoio. Delle due direzioni percorribili, la salita c’era preclusa. Le scale erano troppo malridotte, e parte del soffitto era franato in quel punto, riempiendo di detriti il passaggio. Restava la piccola porta a destra. Doveva essere l’ingresso per raggiungere la cantina. Harrow ci aveva spiegato un po’ la topografia del luogo nelle lunghe ore di attesa. Nelle interminabili ore di attesa.
Stavolta fu Valian ad avanzare.
Aprì la porta e iniziò a discendere le scale. Scendemmo per un bel po’, i nostri cuori acceleravano il loro battito mentre l’oscurità ci inghiottiva. Temevamo di accendere la lanterna, potevamo diventare un facile bersaglio per i nemici. Ad ogni modo i due elfi non vedevano poi tanto male nemmeno in quelle condizioni. Fu proprio il nostro aprifila, infatti, ad informarci che la discesa era terminata e c’era una nuova porta davanti a noi. Da sotto gli stipiti filtrava una luce leggera e tremolante. Al tatto la porta sembrava di più recente fattura. Strinsi il mio pugnale mentre Valian abbassò la maniglia.
La luce ci accecò per qualche istante, poi, i nostri occhi ripresero a funzionare bene.
La prima cosa che notammo furono le numerose torce posate lungo le possenti mura dell’angusto corridoio che era emerso davanti ai nostri occhi. A terra impronte disordinate convergevano verso la porta di fronte a quella che avevamo appena aperto. Macchie di pulito in mezzo alla polvere. Nonostante le numerose torce a poca distanza le une dalle altre, laggiù non faceva poi tanto caldo. Mi chiesi quanto eravamo in basso. Ma non era quello il momento di scervellarsi per trovare una risposta.
Era il momento di agire.
Proseguimmo, ma forse non con la necessaria attenzione. Una botola si aprì nel pavimento e per poco io e Valian non rischiammo di finirci dentro. Era una trappola, fu un bello spavento. Balzammo repentinamente all’indietro, sulla parte di pavimento che non si era inclinata. Leir ci rimproverò, eravamo stati degli imprudenti. Aveva ragione. Cercai il modo per chiudere la botola e dopo un po’ trovai una leva nel muro. Passo dopo passo, lentamente procedetti sul pavimento che era tornato in orizzontale. Mi resse, e gli altri mi vennero dietro. Giungemmo all’altra porta. Era socchiusa. Harrow la spalancò con baldanza, Valian gli corse dietro non appena questi si fu intrufolato nella stanza che si era aperta.
Tutto accadde in un attimo.
Valian si accorse della presenza di un nemico in una rientranza del muro. La lunga attesa lo aveva distratto, così il nostro compagno fu più lesto di lui e lo freddò con un pugnale scagliato da lontano. Ma l’uomo non era l’unico avversario presente laggiù. Una decina di umani sbucarono infatti da destra e manca, con gli archi tesi, con le spade sfoderate. In fondo alla stanza un elfo sporse da un angolo e cominciò a scagliar frecce, mentre comparve anche un nano pesantemente bardato da dietro la fontana che centreggiava tra quelle umide mura. Ad un primo sguardo non mi accorsi nemmeno dell’esistenza di quella fontana, troppo preoccupato dall’avanzata dei nemici. Corsi in difesa dei miei compagni, dapprima sfoderando la fionda, poi, avvicinatomi all’epicentro della battaglia, gettai alla rinfusa l’arma nel mio zaino e afferrai il pugnale che mi era stato affidato il giorno prima. Combattevo con rabbia, la paura di poco prima era svanita. Cercavo con lo sguardo i miei compagni, prestando la massima attenzione per distinguere le loro grida dagli improperi degli avversari. In battaglia era così, bisognava essere attenti a se stessi, ma anche agli alleati. Harrow si rivelò un ottimo condottiero, con le sue urla ci infondeva coraggio, ci consigliava le posizioni da tenere, ci metteva in guardia. Fui raggiunto da qualche freccia che mi ferì di striscio, del sangue sgorgò, ma niente di grave.
Sapevo combattere e dominare il dolore.
Rapidamente gli umani furono abbattuti, gli uni dopo gli altri caddero sotto i nostri colpi. Ma, proprio quando la situazione sembrava volgere a nostro vantaggio, comparve sulla scena una donna interamente vestita di nero, col volto semicoperto. Emanava una strana aurea, e il suo ingresso sembrò rinvigorire i criminali. Pensai che fosse la Signora delle Ombre, colei che comandava tutti i commerci, leciti ed illeciti, della piccola città nella quale da qualche giorno dimoravamo. Ma, identificata o meno, l’importante era fermarla. Ripresi la fionda per colpirla, ma fui distratto da un grido che squarciò l’aria.
Valian era caduto sotto i colpi del nano armato di un pesante martello. Harrow si avvicinò ai due troppo tardi, quando il nostro elfo era già stato duramente ferito. Colpì con tutto la propria forza il nano, che, preso dall’entusiasmo per il danno arrecato, aveva abbassato la guardia. Nello stesso istante un raggio di luce verde partito dalle mani di Leir colpì diritto al petto l’altro nostro nemico, l’elfo con l’arco. Distratto dagli avvenimenti non fui abbastanza lesto a scansare il colpo della donna in nero che fulmineamente si era avvicinata a me. Mi colpì con violenza, sentii un dolore lancinante al fianco sinistro. La stanza sembrò girare intorno a me. Tutto mi apparve confuso, instabile, falsato, Mi sembrò che dal soffitto scendesse un essere alato, a metà tra un umano e un drago. Stavo per piegarmi in due per la fitta.
«Non mollare proprio ora»
La forte e chiara voce del condottiero vibrò nel sotterraneo. Non potevo darla vinta a quella donna. Feci un balzo all’indietro, lasciando scivolare la mia fionda. Rapido riafferrai il pugnale, mentre scansai un ulteriore colpo vibrato dalla mia avversaria. Le risposi con un fendente diritto al cuore mentre il mostro da poco giunto sputò un soffio infuocato che riempì la camera. Evidentemente non era un’allucinazione provocata dal dolore.
Boooom
Una nube nera mi circondò subito dopo un grosso boato. Ero accecato, e intorpidito. Sentii dei passi correre verso di me mentre con cautela indietreggiavo. Ero sicuro di aver ferito a morte la donna, ma non sapevo ora cosa mi aspettava, né chi correva. Ebbi davvero tanta paura.
«Evvai!».
Il grido infantile di Flik fece calmare il mio respiro e il mio sangue riprese a fluire. Il kender mi gettò dell’acqua sugli occhi, spiegandomi che la Signora delle Ombre era esplosa nel momento stesso in cui l’avevo raggiunta con la mia arma provocando la nube di fumo. Lui e Harrow avevano sconfitto il dragonide che si era pietrificato proprio mentre cercava di scappare. Leir ora si stava occupando di Valian, malconcio ma vivo. Aveva la pelle davvero dura.
L’acqua fece effetto, riuscii a riaprire gli occhi e a fissare l’improvvisato campo di battaglia. Corpi e armi a terra, la fontana era stata distrutta da qualche incantesimo che aveva mancato il bersaglio. Alcune travi di legno ancora bruciavano, mentre i nostri respiri ansanti vincevano il silenzio del posto.
Avevamo vinto!

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La Signora delle Ombreultima modifica: 2009-04-07T10:09:00+02:00da carminedecicco
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