La signora Maria

La donna si alzò dal vecchio divano, lentamente. Le ossa scricchiolarono, leggere e fragili ormai. Abbastanza sorda da evitare di sentire il sofferente avviso del suo corpo, un passo dopo l’altro raggiunse la porta che separava il piano inferiore da quello superiore. La rampa di scale era immersa nel buio, ma lei era abituata a percorrerla senza vedere nulla. In effetti nemmeno se fosse stata illuminata avrebbe distinto qualcosa di diverso da inconsistenti ombre: la signora Maria era quasi cieca. Ma ciò nonostante, riusciva ancora a muoversi con autonomia nella sua casa, a prepararsi da mangiare, a fare qualche pulizia domestica, come amava ripetere con orgoglio, quell’orgoglio nutrito di duro lavoro e innato spirito di sacrificio. L’orgoglio degli ultimi.

 

 

Del resto, il suo libero spostarsi tra le mura della sua abitazione era facilitato anche dal fatto che viveva lì da circa mezzo secolo. Di tanto in tanto ripensava alla sua vecchia casa, quella nella quale era nata. Aveva trascorso lì la sua giovinezza, i primi anni del matrimonio. Ricordava ancora la stanza da letto luminosa, che dava sul  cortile interno attraverso un’ampia porta. Da questa, quand’era aperta, entrava l’odore dei limoni, che crescevano nel giardino in buona compagnia di altri alberi. C’era anche un ciliegio, piantato il giorno stesso in cui la donna nacque, e che lei aveva accudito a lungo. Offriva ciliegie particolarmente buone, che piacevano così tanto alla madre di Maria!

 

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Sospirò cercando di sotterrare quei ricordi che la rendevano triste, e proseguì la sua ascesa. A tentoni, toccando i mobili e le sedie presenti nella camera nella quale era entrata, si avvicinò al grosso letto matrimoniale, sul quale giaceva suo marito. Era lì da oltre un mese, troppo debole per alzarsi e passeggiare per l’angusto ambiente, ancor più per scendere di sotto. E così trascorreva le proprie giornate su quel grosso letto, vecchio e un po’ logoro, ma in fondo ancora dignitoso. Perlopiù spendeva il proprio tempo lamentandosi, e quando non lo faceva quasi sempre dormiva un sonno inquieto e delicato. Era assistito dai suoi figli, sempre premurosi con lui: a turno cercavano di coprire tutto l’arco della giornata, nonostante il lavoro, la famiglia, gli impegni.

 

 

Maria si sedette sul letto, sul lato in cui abitualmente dormiva, accanto al marito. Posò una mano sul materasso e la diresse laddove presumeva fosse la mano del proprio uomo. Sbagliò di poco, ma avvezza com’era a procedere alla cieca, dopo qualche altro breve tentativo riuscì a prendere la mano di lui, stringendola nella propria. Sul suo volto, allora, si dipinse un sorriso di soddisfazione e speranza, una speranza indistinta e precaria, ma sincera.

«Papà poco fa ha avuto una crisi».

La donna immediatamente si girò verso la voce senza corpo: non si era accorta che nella camera ci fosse anche uno dei suoi figli. Il suo sorriso svanì, sospirò, poi tornò a fissare il marito, che proprio allora emise un tenue lamento.

«Perché non mi hai chiamato? Perchè non mi hai avvertito?» gli chiese con voce rotta dall’emozione. «Sarei corsa subito da te» continuò, non badando all’impossibilità di ciò che aveva appena detto. Ma l’irrealizzabilità della frase non sminuì la sua verità.

«Chiamami Ciruzz mii, chiamami la prossima volta che non ti senti bene, che io corro» aggiunse infine, stringendogli ancor più la mano nella sua. Una lacrima le velò gli occhi, rendendo i contorni che a stento percepiva ancor più sfocati.

La signora Mariaultima modifica: 2010-03-08T13:40:00+01:00da carminedecicco
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5 pensieri su “La signora Maria

  1. emozionante, commovente questo tuo racconto e molto intenso ..che bella che è Maria

    mi piacciono i tuoi racconti Carmine, e il modo in cui tratteggi i personaggi , curandone sia i tratti somatici che caratteriali è un po’ come se prendessero vita
    un caro saluto

  2. ho sentito quell’odore di limoni, in una casa intrisa di storia. E il procedere lento di Maria e quella voglia di essere sempre, in qualche modo, utile a qualcuno.
    Un personaggio forte. Una storia densa di emozione. Il frusciare della sua mano sul lenzuolo alla ricerca della mano di lui. Adesso come tanti e tanti anni prima…
    Complimenti Carmine.
    E buon inizio settimana.
    🙂

  3. Anche io qualche anno fa ho raccontato di una Maria che somiglia un po’ alla tua. Dunque sono in sintonia con questa attenzione. L’hai dipinta con affetto, come una di famiglia. Diventare familiari dei propri personaggi è un tratto di chi scrive, di uno scrittore. Bastano poche parole, al resto pensa la fantasia del lettore, che evoca la stanza da letto un po’ buia, l’odore di chiuso, la grande dignità nella tristezza di questi due vecchi che hanno perso l’ultimo bene, quello di comunicare tra loro. Un saluto

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