Babylius, custode della Catacomba

 

Nel sepolcrale silenzio racchiuso tra quelle umide mura, il rumore della lastra di marmo bianco, ingrigita dal tempo, si avvertì chiaro e distinto, come il forte scrosciare della pioggia durante una sera d’estate, senza vento.

Rapido, lasciata la propria fonte, arrivò ad empire per intero gli ambulacra della catacomba inferiore, penetrando perfino nei cubicula meno appartati.

Non c’era, tuttavia, il rischio che questo rumore potesse svegliare qualcuno: la Legge imponeva che il primo a ridestarsi ogni notte fosse Babylius, custode di quei luoghi.

Dopo aver liberato il proprio sepolcro dalla marmorea ostruzione, lo spirito ne uscì e prese a vagare, muovendo passi tardi e lenti sul terriccio del suolo, illuminato in maniera malferma dalla luce delle torce che ardevano sui propri supporti murari: l’intero ambiente, dopo che anche l’ultimo intruso lo aveva abbandonato, si accendeva con sublimi colori ignei, il blu, l’arancio, il giallo.

Oltre ad essi, c’era anche il nero delle ombre, ora lunghe, ora corte, capaci di intingere di mistero l’atmosfera sotterranea, e di accrescere in essa la capacità di infondere rispetto e reverenza: ogni singola pietra sembrava parlare una lingua ormai sconosciuta, una lingua antica di secoli, ieratica e solenne. La catacomba, nel complesso, profondeva sacralità, anche con i suoi silenzi, con quegli odori di umido e chiuso che sembravano galleggiare a mezz’aria.


Pur essendo Babylius abituato a quello spettacolo, nondimeno ne restava sempre affascinato, specie quando, come di consueto, sostava in uno dei punti dai quali si aveva una vista quanto più ampia possibile dell’intero ambiente: l’ingresso della tomba pagana, luogo di riposo di un’antica famiglia romana, ammessa, nonostante la fede differente, a condividere l’Eternità, unica in quanto tale.

Dopo essere rimasto alquanto seduto a fissare le geometriche decorazioni del soffitto, il custode si alzò per dirigersi nella Basilica Maior, al livello superiore della catacomba. Lì l’aria era meno fredda e gli spazi più ampi, sicché i suoi passi risuonarono con maggior forza nelle funebri alcove che di lì a poco sarebbero state popolate dagli spiriti ivi tumulati: uomini e donne che furono, di secoli addietro, nati e vissuti agli albori di una civiltà mai realmente progredita, punti d’avvio di una storia ciclica, retta infinita costretta in un’esigua circonferenza.

Mercanti, fabbri, contadini, pastori, ma anche guerrieri e nobiluomini, possidenti locali, viaggiatori stranieri, attori di vite sì eterogenee eppure conclusesi con la medesima chiusa, con il riposo nello stesso retroscena.


Espletate le proprie mansioni, Babylius tornò a guardare quell’affresco. Da quand’era stato realizzato – diversi anni dopo la sua morte – non trascorreva una notte che egli non lo osservasse estasiato, ogni volta come fosse la prima, ogni volta come se non si aspettasse di vedere quelle colorate figure stagliarsi sull’altrimenti muta e povera roccia.

Tre donne erano intente a costruire un edificio, che lento prendeva forma ai piedi di esse. La loro espressione era dolce, il loro sguardo sereno: erigevano la base del futuro, anzi, il futuro stesso. Egli sapeva bene chi fossero quelle donne, infaticabili e mansuete.

Dopo aver alquanto sostato, lo spirito si staccò dai propri pensieri, che inevitabili sorgevano dalla contemplazione dell’affresco, e si rimise all’opera, percepito che ebbe le tenebre addensarsi: si diresse verso quella che fu la prima tomba del vescovo Gennaro, martire e santo decapitato, luogo per secoli meta di fedeli e curiosi, poveri e ricchi, orda e moltitudine di fede ancestrale e paure taciute, pronti sempre a pregare in cerca di miracoli e protezione. Nel farlo, il custode fissò l’arcosolio con su immortalato il volto triste di un defunto africano.

Per quanto lo scrutasse non riusciva a capire l’essenza della sua diversità.

Si segnò in mente per l’ennesima volta di chiedergli in cosa fosse diverso, non appena anche quell’anima, al pari delle altre, si sarebbe destata dal sonno e avrebbe popolato la catacomba, come ogni notte, prezioso tassello di una vita infinita.

Fuori, il Rione Sanità e l’intera Napoli dormivano ancora.

 

Catacomba di San Gennaro.jpg

 

Babylius, custode della Catacombaultima modifica: 2010-04-23T12:33:00+02:00da carminedecicco
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