L’Autunno in città – parte prima

aaa.jpgLa piccola casa era stipata di gente: nel salone, pieno di mobili antichi e ninnoli di poco valore, circondati da aria stantia; nella cucina spartana, poco illuminata; nel lungo e stretto corridoio, alle cui pareti erano appesi quadretti bucolici raffiguranti vecchie scene di vita campestre; ma soprattutto nella modesta camera da letto, dove il corpo esanime dell’anziana donna giaceva al centro del semplice letto matrimoniale, quello stesso letto nel quale per circa settant’anni quella stessa donna aveva dormito, dapprima accanto al marito – l’unico uomo che lei avesse mai conosciuto, come amava sovente ripetere – poi, passato questi a miglior vita, da sola, notte dopo notte, svegliandosi sempre più tardi, ma dormendo sempre peggio, specie nell’ultimo periodo, quello della malattia. Sulla parete alla quale il letto era accostato, centreggiava un quadro raffigurante la Vergine Maria con in braccio Colui che sarebbe morto in croce, anni dopo. Ai lati del letto, delle sedie, e sopra di esse vecchie donne vestite a lutto. Recitavano il rosario, lente e sommesse, tristi, con quella tristezza che conviene in occasioni come quella di un funerale di una conoscente. Alla preghiera partecipavano anche le figlie della defunta, in piedi vicino all’ingresso della stanza, sebbene fossero continuamente interrotte dalle condoglianze di qualche nuovo arrivato. Un doppio bacio sulle guance mentre veniva stretta la mano, qualche domanda, poche in verità. I figli maschi, quelli, erano nelle altre camere, un po’ qua e un po’ là, sempre alzati, sempre a muoversi e a parlare con qualcuno, a ringraziarlo per essere venuto, a ripetere che sì, meglio così, meglio che se ne sia andata e abbia smesso di soffrire. Perché, a dire il vero, mammà in quest’ultimo mese aveva sofferto parecchio, sempre a tossire, a lamentarsi, a sputar fuori anche l’anima, mangiando sempre meno, meno, fino a quando la luce nei suoi occhi marroni, ultimamente ridottasi ad un lieve ed intermittente brillio, si era spenta del tutto. E un eterno riposo, carico di dubbi e promesse, l’aveva avvolta in un manto di morte e mestizia.

 

bbb.jpgUna giovane ragazza, alta e magra, avvolta in una giacchetta nera, prese a salire le strette e malridotte scale di un vecchio palazzo. Procedeva lenta, titubante, come se non fosse convinta di aver preso la decisione giusta. Giunta al terzo piano, si guardò un attimo intorno, poi si diresse verso l’unica porta aperta tra quelle che si vedevano lungo il breve corridoio che le si era aperto dinanzi. Appena entrata, restò disorientata dalla gente che gremiva la casa, non si aspettava certo di trovarne tanta. Tuttavia si fece strada chiedendo il permesso di passare a quegli estranei convenuti in quel luogo per il suo stesso motivo. Giunse nella camera da letto e fissò l’anziana che riposava immobile sul letto a due piazze, dal materasso sottile e dal sapore di antico. Si avvicinò alla defunta con solennità, e con le labbra le sfiorò la fredda e già dura guancia. Alzando lo sguardo, concentrò la propria attenzione su una foto maschile che faceva bella mostra di sé sul vicino comodino. Raffigurava un volto severo, ma di una serenità che sa d’imbarazzo. L’uomo aveva pochi capelli, tutti bianchi, come del resto i baffi che gli spuntavano ordinati da sotto al naso. Si sentì triste mentre si avvicinava ad una donna dal viso smunto e dallo sguardo freddo.

«Condoglianze».

Ottenne un abbozzo di sorriso come risposta, poi dopo qualche attimo di silenzio, la figlia dell’anziana signora le disse: «Lei è di là…nel salone».

La ragazza fece un cenno d’assenso, sforzandosi di mostrare un’espressione consona all’occasione, quindi percorse a ritroso il corridoio, fino a giungere nel salone. Qui, dopo una rapida occhiata, scorse la sua amica, mesta e in disparte, su una poltrona rivestita con una fantasia di nero e bianco. Era completamente avulsa dall’ambiente circostante, sembrava credesse di essere sola, lo sguardo perso nel vuoto, spia di chissà quali pensieri, certo non allegri, certo non felici. Le si avvicinò e catturò la sua attenzione con un leggero colpo di tosse. Quando i loro sguardi si incrociarono, la ragazza seduta si alzò, e l’amica immediatamente le gettò le braccia al collo, stringendola in un abbraccio. La prima prese allora a singhiozzare e qualche lacrima, calda e inaspettata, le rigò il volto: stretta in quell’abbraccio poteva smetterla di fingersi forte e piangere finalmente la morte di sua nonna. Stettero così a lungo, o almeno così sembrò ad entrambe, incuranti del resto della che avevano intorno.

«Vado di là, a vederla ancora una volta».

«Va’ pure» le rispose l’amica, mentre prendeva posto nella poltrona lasciata libera.

Vecchia poltrona nera e bianca.jpgDapprima credette di dover lasciar sedere qualcun altro, qualche anziano. Si guardò allora intorno, cercando di individuare chi tra gli ospiti di quella stanza fosse più avanti con gli anni o avesse più acciacchi. Nell’osservare i volti rugosi di coloro che esaminava, fu presa da una nuova tristezza. Si chiese se quegli uomini, se quelle donne, fossero riusciti ad esaudire i desideri che avevano in gioventù, quand’erano ancora di bell’aspetto, quand’erano ancora forti, prima, insomma, che il peso del susseguirsi delle stagioni e con esse degli anni, travolgesse il loro fisico e il loro animo. Chissà se mai erano stati felici, chissà se i compromessi che la vita, l’insensibile, onnipotente vita, aveva loro costretto ad accettare, erano stati assai duri, costringendoli troppo spesso ad abbassare la testa, a perdere un altro poco di orgoglio, chissà in che modo, al mattino, dopo il risveglio, valutavano il proprio tragitto. Si sentivano forse come cenere, ultimo, misero ricordo di un’affascinante foto bruciata da un’inestinguibile, indecifrabile fiamma? Si immaginò vecchia. Pensò alla donna il cui corpo giaceva esanime a poca distanza dalla stanza nella quale sedeva. Ancora qualche ora, e sarebbe stata rinchiuso in una bara di pesante e scuro legno, imponente, forte custode delle sue spoglie per l’eternità. Come accettare che tutti i desideri, tutte le speranze, i progetti di una persona siano destinati ad esser riposti nell’angusto e poco confortevole spazio di una bara posta nel terreno umido e freddo, mentre solo una lapide, esposta al vento, alla pioggia, avrebbe conservato in pochi numeri e parole la memoria di un’esistenza intera, vissuta in chissà quale modo, con chissà quali obiettivi?

 

Tra una riflessione e l’altra, la ragazza si ritrovò a piangere, sola com’era su quella stupida poltrona nera e bianca, mentre qualcuno, interpretando le sue lacrime come segno di parentela con la defunta, le dava dimesse quanto sincere condoglianze.

 

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L’Autunno in città – parte primaultima modifica: 2009-11-11T09:37:00+01:00da carminedecicco
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