Nel mezzo del cammin di nostra vita

 

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Quella sera non avrebbe dormito. Ci aveva pensato a lungo, e aveva convenuto che si trattava della cosa migliore da fare. Durante la giornata, preso dai mille impegni del lavoro e della famiglia, distratto dai passatempi superficiali che si era scelto, ostacolato dagli imprevisti che non mancavano mai, non riusciva a dedicarsi alla sua vera passione.

In effetti vi si era dedicato molto poco negli ultimi anni, ma ora che aveva compiuto cinquanta anni le cose sarebbero cambiate, ora che aveva cominciato «la seconda metà della sua vita», come egli amava aggiungere con un sorriso a quanti gli domandavano l’età dopo aver confessato il paffuto numero, avrebbe fatto in modo di trovare il tempo per ciò che davvero gli interessava.

Già, così avrebbe fatto «nel mezzo del cammin di nostra vita», pensò con decisione, ricordando l’incipit della Commedia dantesca, quella summa di versi divini che lo aveva stregato ai tempi del Liceo.

Non che i suoi studi si fossero fermati alle Superiori, tutt’altro. Aveva frequentato l’Università, e dopo svariati e sudati anni di studio era divenuto dottore in ingegneria elettronica. E ora faceva appunto l’ingegnere, era sposato, e aveva due figli, entrambi maschi ed entrambi poco più che ventenni, una pessima combinazione per un genitore desideroso d’affetto. Viveva in una graziosa villa, guidava un’automobile mai troppo vecchia o troppo sporca, percepiva uno stipendio più che buono, sebbene a stento sufficiente per soddisfare gli innumerevoli capricci della moglie. La gente del suo quartiere lo rispettava, e nel salutarlo lo chiamavano «Ingegnè», mentre le persone di più bassa estrazione sociale si sforzavano di parlare in italiano con lui.

 

 

E pensare che aveva rischiato di dover rinunciare a tutto questo! Alla fine del quinto anno, infatti, aveva seriamente pensato di assecondare la propria passione: la scrittura. Voleva iscriversi alla Facoltà di Lettere e Filosofia, studiare gli autori antichi e moderni, affinare le proprie capacità di composizione che i suoi insegnanti e i suoi amici gli riconoscevano. Certo avrebbe condotto studi brillanti, suffragati com’erano da interesse ed amore, si sarebbe laureato col massimo dei voti, e nella metà del tempo che aveva effettivamente impiegato ad Ingegneria, ma poi?

Fortunatamente era rinsavito. Con la scrittura, in fondo, non si andava da nessuna parte. O era talmente difficile che la percentuale di chi aveva avuto successo era del tutto trascurabile. E così aveva messo da parte le sue velleità letterarie e aveva intrapreso la carriera di ingegnere.

 

 

Si sorprese a ripensare a tutto questo con la penna tra le mani e il foglio ancora immacolato sotto il suo mento. Era rimasto in quella posizione ad osservare l’invisibile filo dei propri pensieri srotolarsi sotto agli occhi per circa un’ora, da quando, cioè, la televisione nella camera nella quale condivideva il letto con la moglie era stata spenta, segno che la donna si era coricata. I suoi figli, invece, non erano in casa.

Eh sì, si ripeté, sono totalmente libero e padrone del mio tempo. Libero di scrivere, ovviamente. Ma scrivere cosa? E come? Queste due domande gli si insinuarono all’improvviso nella mente e con forza e prepotenza si liberarono di tutte le altre idee che condividevano quello spazio.

Sono passati troppi anni da quando scrivevo. Di certo non sono più in grado di farlo. La troppa familiarità con i numeri, le equazioni, le formule e le cifre aveva inibito la sua fantasia e le sue capacità descrittive. E poi, di cosa avrebbe scritto? La sua vita era così ordinaria. Mai un sussulto, mai un’emozione che non fosse per lo sport visto in tv o per qualche piccola vincita alla Snai o al Lotto. Era un ingegnere, lui, con la testa sulle spalle. Un uomo con una famiglia. Con un lavoro.

Già, il lavoro, si disse, guardando l’orologio e provando un leggero brivido nel vedere la combinazione inconsueta che le due lancette disegnavano sul quadrante argentato. L’indomani si sarebbe dovuto svegliare presto. E allora, perché restava lì seduto a perdere tempo. Si scosse dal suo torpore con un’espressione strana, un misto di vergogna e delusione dipinta sul volto. Corse a infilarsi  il pigiama e a lavarsi i denti. Di lì a cinque minuti si sarebbe addormentato, dopo aver raggiunto il letto in punta di piedi per non svegliare la moglie.

Nel mezzo del cammin di nostra vitaultima modifica: 2011-05-02T17:35:00+02:00da carminedecicco
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3 pensieri su “Nel mezzo del cammin di nostra vita

  1. Ciao Carmine… quella dell’ingegnere è una triste riflessione: scrivere si, ma cosa? Se avesse scelto la facoltà di lettere sarebbe più squattrinato, ma forse si sentirebbe soddisfatto alla fine della giornata, non sarebbe un semplice burattino in balia di una famiglia che non lo capisce. Però c’è sempre tempo per riscattarsi, secondo me: ci vuole coraggio. Lo troverà, ingegnè, domani mattina?
    Il tuo racconto mi ha fatto venire in mente il film Pane e Tulipani di Soldini, in cui una casalinga italiana imprigionata nel ruolo di madre, moglie e domestica accondiscendente riesce a riprendersi la sua vita… un film italiano che infonde speranza, con poesia e leggerezza: una rarità per il cinema italiano, almeno a mio avviso.
    Un saluto, Carmine, e grazie del commento!
    Della

  2. Ottimo pezzo! Potrebbe essere il manifesto del potere condizionante delle nostre convinzioni, piu’ o meno sommerse. L’ingegnere e’ prima di tutto un uomo, un uomo che pero’ – erroneamente – si identifica adesso con il suo ruolo, ed e’ proprio questo a bloccarne le velleita’ di cambiamento. Finche’ si dira’ “sono un ingegnere”, anziche’ “sono un uomo”, non riuscira’ a scrivere granche’.

    P.S.: caspita, 50 anni per lui e’ “nel mezzo del cammin di nostra vita”? … ottimista il tipo! 😉 Io ne ho 45, e i 50 per me rappresentano al piu’ i due terzi :-}

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