L’Autunno in montagna – parte prima

Avevamo progettato quella passeggiata da settimane, almeno da quando eravamo tornati dalle vacanze estive. Avevamo fissato il giorno, controllato i dettagli del percorso su internet, letto qualche guida cartacea dedicata proprio al Parco Naturale che avremmo dovuto visitare. Poi, giunta la data stabilita, fummo costretti a rimandare tutto, e così, di giorno in giorno, l’appuntamento fu spostato, fino a quando non giunse il nuovo mese e mandammo all’aria tutti i nostri impegni pur di concederci finalmente quella meritata escursione. Eravamo elettrizzati all’idea di avere un giorno tutto per noi, lontani dalla stanca e ripetitiva vita di sempre, isolati dagli altri, soliti vecchi compagni di una vita sempre uguale a se stessa. Partimmo di buon mattino, benedetti da un sole forse un po’ troppo caldo per il periodo, ma che almeno teneva lontane le nuvole e soprattutto la nostra grande nemica: la pioggia. Eravamo ben organizzati, come non riconoscerlo, con cibo e acqua, la fotocamera e un telo su cui riposare, nel caso in cui lì, in alta montagna, avremmo voluto fare una sosta. Trascorremmo il tempo del viaggio d’andata a canticchiare vecchie canzoni e a parlare delle nostre gite passate, di mari, colline, sentieri tortuosi e città d’arte visitate insieme, mano nella mano. Ci sforzammo di ricordare vecchie fotografie, promettendoci di scattarne di nuove, in questa o quella posizione. Con il sole sempre battente sul tettuccio della nostra auto, abbandonammo l’autostrada, e ci lasciammo alle spalle il traffico lento, il fastidioso fumo che fuoriusciva dai tubi di scarico degli altri veicoli, i rumorosi clacson che, insistenti e petulanti, di tanto in tanto si intrufolavano nel nostro abitacolo.

 

01-10-09 (3).JPG

 

La strada per Sant’Agata era incastonata in un immenso terreno affollato di alberi, come una pietra preziosa costretta nell’oro di un costoso anello. Parlammo di meno percorrendo quei luoghi, abbassammo il volume della radio. Fissavamo felici gli alberi di nocciole, gli alti noci, le mele annurche che riposavano, piccole ed ordinate, sul terreno, in attesa di prendere colore. In lontananza, su antichi e sconosciuti monti, si ergevano torri e monasteri straripanti di storia, figli di secoli e secoli di fede e preghiere, di battaglie e paure. Quanto ha da raccontare la vita a chi sia disposto a mettersi nella condizione giusta per ascoltare! Quanti uomini attraversarono quegli stretti e poco battuti sentieri per giungere alle loro alte mete, quanti varcarono le soglie più sacre con le più variegate attitudini, quanti calpestarono pavimenti di chiese e abbazie, imprimendo centinaia di racconti tra le pareti circostanti, ma anche tra i maestosi alberi che lungo il tragitto offrivano ombra e riparo. Quanti uomini simili a noi, con la medesima ricchezza d’animo, con un immenso patrimonio di sentimenti, passioni, vicende, si sono succeduti nello spazio così piccolo di un mondo così grande. Quanti si sono fermati ad osservare il cielo, ad accarezzare l’erba, ad ammirare panorami imperscrutabili e fieri, ringraziando in cuor loro qualcosa o qualcuno, felici. Quanti hanno teso le orecchie per cercare di comprendere misteriosi linguaggi, arcani sussurri o antichissime eco. Hanno cercato riparo dalle insistenti gocce di pioggia, sempre uguali e sempre diverse, hanno trovato riparo dal freddo, sfamato i propri figli e pensato al domani…

01-10-09 (17).JPG

 

Anche noi pensavamo al nostro futuro, mentre una bruma, grigia e leggera, circondandoci, indicava che stavamo salendo in altitudine e avvicinandoci al paese. Quando lo raggiungemmo, fummo felici di riconoscerlo così come lo avevamo lasciato l’ultima volta, sereno e tranquillo d’aspetto, calmo e ordinato. Nostro malgrado, però, ci accorgemmo che le indicazioni che avremmo dovuto seguire per raggiungere il Parco non erano reperibili, e così io cominciai a guidare in maniera più lenta e titubante, mentre lei chiedeva informazioni ai passanti, scegliendo coloro che le sembravano più esperti di quei luoghi, più in grado di fornire informazioni precise. A poco a poco, ricostruimmo il percorso da seguire, pur tra dubbi, incertezze ed errori. Fu una sorta di lavoro corale, un po’ tutti concorsero a farci arrivare lassù, all’ultimo minuscolo centro abitato, costruito laddove la montagna non era ancora troppo ripida, né la vegetazione troppo folta. Al centro di quel modesto agglomerato di case, umile ma composta, sorgeva una chiesa, dedicata all’arcangelo biblico che difese la fede in Dio contro le orde di Satana. Piccola e bianca, possedeva un fascino strano, derivante forse dal suo ruolo di ultimo baluardo a protezione dei pochi fedeli del posto.

01-10-09 (23).JPG

Imboccammo una via che si dipanava alla sua destra, chiedendo di tanto in tanto ad antichi ed isolati abitanti se seguivamo il sentiero giusto per arrivare alla nostra meta. Questi ci osservavano con curiosità, rispondendo alle nostre domande con cortesia, ma non senza qualche difficoltà. Troppo a lungo erano stati disertati quei luoghi, e la lingua di quelle altitudini non riusciva a dialogare con il parlato di città, col quale condivideva la colpa di un mancato o troppo spesso rinviato incontro. Man mano che salivamo in altezza venivamo circondati da aceri e faggi sempre più fitti e numerosi, a destra come a sinistra della strada che, da asfaltata, si era scomposta in mille ciottoli e pietre. Sapevamo di essere soli, nessun altro a cui domandare qualcosa, a cui chiedere se la direzione fosse giusta. Nella zona del Parco Naturale c’eravamo arrivati, certo, ma noi volevamo seguire un itinerario ben preciso, propostoci da una delle guide lette: percorrere le vie dei briganti, i fuorilegge braccati che oltre un secolo prima andavano a rifugiarsi lassù. Restavano nascosti in quei boschi per chissà quanto tempo, isolati, lontano da tutti, dai loro affetti, dai loro cari, dalla loro vita quotidiana, per continuare a combattere una guerra povera, sacrosanta e delusa. O almeno così credevamo, mentre tentavamo di ricostruire la loro vita. Tra una parola e l’altra, giunse il momento di abbandonare l’auto. Il sentiero, in verità, era ancora percorribile, ma tanta meccanica ed elettronica non sembravano ammessi in quei luoghi, che trasudavano sacralità e solennità al primo colpo d’occhio. Proseguimmo a piedi, facendo di tanto in tanto qualche foto accanto a cerri e castagni, ora seduti, ora in piedi, poi decidemmo di lasciare la strada guidata ed addentarci nel regno della natura.

L’Autunno in montagna – parte primaultima modifica: 2009-10-18T19:00:00+02:00da carminedecicco
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento