Durante “La prova”

 

Breve introduzione dell’autore ossia spiegazione del titolo.

Il racconto che segue nasce come spin-off di una vecchia storia che scrissi una vita fa. Nel rileggerla, diversi giorni or sono, mi è tornato alla mente il desiderio di approfondirne alcuni particolari e magari scrivere un seguito di quello che allora, ad ogni modo, consideravo un racconto concluso a tutti gli effetti. Il titolo di quello scritto è “La prova” e quindi il racconto che ora leggerete, in quanto riporta fatti avvenuti contemporaneamente a quelli descritti allora, ha il titolo, curioso in apparenza, di «Durante “La prova”».

 

I fratelli Reynolds erano nella loro squallida baracca quando ricevettero la visita dell’uomo più disgustoso che avessero mai visto. E di gentaglia, nella loro misera vita, quei tre ne avevano vista parecchia.

Il visitatore vestiva abiti logori e sgualciti, che mal ricoprivano il suo corpo deforme. Una gamba era leggermente più lunga dell’altra, e da dietro la schiena gli spuntava una grossa gobba. Aveva una folta barba, capelli lunghi, neri e untuosi. I suoi occhi erano di colore diverso, ed era strabico per di più. Con l’occhio che sembrava sano, fissava intensamente il più adulto dei Reynolds, Cáel.

«Cosa volete?» gli domandò questi, con fare poco accomodante. I suoi fratelli fissavano la scena con sospetto, pronti a intervenite.

«Ho un affare da proporvi» rispose l’altro, che finalmente staccò gli occhi di dosso al corpulento interlocutore, e si mise a dare un’occhiata al resto della stamberga, arredata con tre letti, un tavolo e qualche sedia rovinata dal tempo.

«Un affare che vi può far cambiar vita» aggiunse poi col suo tono strascicato, non provando affatto a contenere la nota di disprezzo presente nella sua voce. L’occhio ceruleo, intanto, prese a fissare Senan, il più giovane dei padroni di casa. Sedeva sul suo letto, intento a masticare tabacco. Accanto a sé aveva una bottiglia di whisky.

«Ascoltiamo».


Una settimana dopo i tre erano giunti a Glent. Presero alloggio in una locanda un po’ fuori dal villaggio: gli era stato ordinato di non attirare l’attenzione degli abitanti, non certo avvezzi a vedere spesso stranieri.

A ora di pranzo, Cáel per l’ennesima volta fece il punto della situazione. Tutto gli sembrava così strano, a partire da quell’orrido servo che sette giorni prima si era introdotto nel loro rifugio, promettendo non solo denaro, ma anche la fine dei loro guai giudiziari qualora essi avessero eseguito gli ordini del suo padrone.

«Chi mai pagherebbe tanti soldi per assoldare tre uomini come noi per un lavoretto da nulla?» domandò Michan, che dei tre Reynolds era il più accorto.

«Insomma, non si tratta né di omicidio, né di rapimento, ma di un semplice “lavoro di scavo”». Aggiunse fissando alternativamente i suoi fratelli. Il maggiore era intento a divorare un coniglio, Senan beveva.

Quando l’oste si avvicinò al tavolo per chiedere se gli ospiti volessero dell’altro, Michan tacque, poi, scacciato il disturbatore, riprese a parlare, con un tono ancora più basso: «Del resto, se può garantirci l’impunità per i nostri crimini deve essere qualcuno di molto potente».

«Basta. Ti preoccupi troppo» Cáel lo interruppe, mentre ancora masticava l’ultimo boccone del suo pranzo. Nel parlare qualche pezzo di carne gli cadde dalla bocca.

«Sì, sei sempre il più preoccupato. Finora è andato tutto bene. E poi, non sai come sono questi ricconi? Tutti stravaganti» aggiunse l’altro, che aveva vuotato la tozza bottiglia di vetro che aveva ordinato appena si era messo a sedere.

In effetti, sulla stravaganza del loro nuovo datore di lavoro, dubbi non ce n’erano.


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Mancavano dieci minuti a mezzanotte. Michan era stanco di aspettare e voleva mettersi subito all’opera. Non gli piaceva star tanto tempo lì, in quel cimitero, con una grossa pala in mano e una altrettanto voluminosa valigia. Anche Senan era ansioso di cominciare a scavare, ma il loro fratello maggiore voleva fare le cose per bene. «A mezzanotte in punto, così ci è stato detto. Così faremo». Il suo tono non ammetteva repliche. Del resto, avevano sempre fatto così.

La notte era tranquilla, un vento leggero frusciava basso, facendo spostare qua e là qualche foglia caduta dai grossi alberi che popolavano quel lugubre posto. A breve Ottobre sarebbe finito, ma non faceva ancora troppo freddo. L’attesa era resa snervante soltanto a causa del luogo nel quale si trovavano.

Giunta mezzanotte, i Reynolds si misero all’opera. Cominciarono a scavare davanti alla lapide di Feme Burton, una giovane ragazza morta una decina d’anni prima. I tre avrebbero dovuto recuperare le sue ossa e metterle insieme alle altre. Era il loro ultimo scavo. L’ultimo giorno del mese, infine, sarebbero stati nuovamente visitati da Yorick, il servo disgustoso, che avrebbe prelevato tutto e dato loro la ricompensa.

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Fino a quella notte, tutto era andato per il verso giusto. Operando perlopiù in villaggi periferici, abitati da rozzi e superstiziosi contadini, i tre non si erano mai imbattuti in alcuna anima viva durante i loro lavori. Tutti dormivano, o avevano troppa paura per uscire dalle loro dimore nottetempo per identificare rumori sospetti.

Ma in quell’occasione, un rumore sospetto furono loro a sentirlo.

«Abbiamo quasi terminato. Non preoccupatevi e continuate con quelle pale. Tra qualche giorno saremo ricchi».

Così fecero. Almeno fino a quando il silenzio della notte non fu rotto nuovamente, questa volta in maniera più clamorosa, da un urlo stentoreo.

I tre sussultarono. Michan fu il più lesto di tutti. Impugnata la pala come strumento di offesa, si diresse verso la fonte dell’urlo. Gli sembrava che fosse stato un bambino a gridare, forse perché aveva visto ciò che stavano facendo. Dannazione! Dopo qualche secondo, si mossero anche i suoi fratelli. Cominciarono a correre tra le tombe, senza fare attenzione a cosa calpestassero lungo il tragitto.

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Sì, era proprio un dannato ragazzino quello che aveva urlato nel cimitero. Era maledettamente veloce, e conosceva bene le strade di quel villaggio. Gli corsero dietro finché poterono, tra case che sembravano disabitate per come erano buie e silenziose, illuminati soltanto da qualche stella curiosa. La Luna, infatti, era stata coperta da una grossa nuvola. Cosa ci faceva quel moccioso in giro? Non importava, dovevano solo cercare di raggiungerlo. Questi, tuttavia, quando arrivò nella parte bassa del villaggio, si fiondò verso l’unica casa illuminata, e dopo aver preso a pugni la porta, riuscì finalmente a entrare. La faccenda per i tre fratelli si era complicata. Senan scosse la testa, desiderando in cuor suo di bere qualcosa.

Durante “La prova”ultima modifica: 2010-10-22T10:47:00+00:00da carminedecicco
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5 pensieri su “Durante “La prova”

  1. weeeeeeeeeeeeee per ora ti lascio questa poi torno a leggerti ok?
    Ragazza entra in un sexy shop
    Vorrei quel vibratore bianco e anche quelle verde e mi dia anche quello li rosso
    La commessa
    Guardi per quello vere e quello bianco non c’è problema, ma l’estintore serve a noi

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