Il cassetto di Enim

Enim, come al solito, si svegliò di buon mattino, quando la città era in parte ancora addormentata. Aprì leggermente le ante dell’unica finestra della camera nella quale soggiornava, e osservò la strada sottostante. Qualche mercante, lento ed assonnato, si apprestava a cominciare la propria giornata di lavoro, qualche fedele si recava al neonato Tempio, per espletare i suoi doveri religiosi. Il cielo era di un turchese assai chiaro, interrotto qua e là da qualche pittoresca nube bianca. Il giovane sbadigliò, si stirò, poi aprì il cassetto del mobile vicino al suo letto e tirò fuori i due pesanti volumi che negli ultimi mesi erano stati suoi compagni di viaggio. Il primo, di sopraffina rilegatura, gli era stato regalato dalla farmacista di Knollwood, Brosha Manx, in cambio del suo impegno per la piccola cittadina, il secondo, più modesto, con la copertina rovinata e le pagine consumate, gli era stato donato da Sorban, suo vecchio ed introvabile amico. L’argomento di entrambi i tomi era lo stesso: l’erboristeria. Davano preziose indicazioni sulle erbe, sulle pozioni, sui veleni. Enim era a Palanthas da poco più di una settimana, e ogni mattina, prima di abbandonare la camera della sua locanda, studiava un po’ quei libri.

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Già, Palanthas…l’enorme, immensa città pulsante di vita. La città che nemmeno la guerra aveva ferito, quella stessa guerra che stava insanguinando Krynn, spezzando i legami più sacri, mortificando le unioni inviolabili. Ma negli ultimi tempi era la pace, lenta e inesorabile come la lava dei vulcani primordiali, ad essere in vantaggio, e la speranza sembrava trovare nuovo spazio nei cuori degli abitanti di Ansalon…

 

Dopo un’ora di lettura il ragazzo si stropicciò gli occhi e decise di riporre il suo tesoro lì dove lo aveva preso. Nel farlo, urtò con la mano ad una piccola boccetta di vetro, contenente un liquido denso dal colore scuro. È di certo un veleno, pensò ancora una volta prendendo in mano il contenitore, rinvenuto durante la sua ultima avventura. Non ne era sicuro, ma sentiva che doveva essere così. Ripose la boccetta nel cassetto e lo spalancò, per fare un rapido inventario del suo contenuto. Vi erano quattro dosi di un particolare tipo di erba, erba che già una volta gli aveva salvato la vita, quando a causa dell’esplosione di un draconico aveva passato diverse terribili ore. Ringraziò ancora una volta in cuor suo Turin e gli altri amici. Prese in mano gli shuriken, le armi di cui Sorban gli aveva spesso parlato, e che lui finalmente era riuscito a trovare. Ne aveva acquistati sette, cinque di normale fattura, due più pregiati. I migliori li portava sempre con sé, come tutte le altre armi, gli altri, invece, li aveva lasciati in camera, non voleva consumarli, li avrebbe dovuti regalare a Sorban.

 

Ma, si chiese improvvisamente, con una domanda che colse di sorpresa perfino egli stesso, Sorban, quando lo avrebbe rivisto? Mai più forse. Enim fu invaso da pensieri negativi, violenti come un’onda mossa da potenti correnti sottomarine, pesanti come macigni di dura roccia. Pensò ai suoi genitori, aveva sperato di trovarli a Palanthas, aveva compiuto quel viaggio solo per loro. Ma nulla, ancora nulla. Di tanto in tanto arrivavano nella grande metropoli del nord profughi dal sud della regione, ma di sua madre e di suo padre nessuna traccia. Enim sbuffò, chiuse con forza il cassetto e si diresse nel bagno per prepararsi. Di lì a poco avrebbe cominciato una nuova giornata da gran signore. Ben vestito, lavato, profumato, si sarebbe dato alla bella vita tra le vie della città. Ma quel suo atteggiamento, in fondo, era solo un modo per mascherare il vuoto dell’anima che lo tormentava.

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Il cassetto di Enimultima modifica: 2009-08-29T09:44:00+02:00da carminedecicco
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