La vigilia di Ognissanti

poppi.jpgCon la testa reclina sul finestrino vedevo con estrema facilità le campagne che si estendevano a destra dei binari, che veloci il treno percorreva nella sua consueta corsa. Ammiravo gli alberi alternarsi fra loro e cedersi il posto senza rancore, in una gara di naturale solidarietà. Entusiasta osservavo i colori stemperarsi l’uno nell’altro, il giallo e l’arancio, il rosso e poi il marrone che tingevano vecchie foglie, che, dopo mesi e mesi di servizio, abbandonavano il proprio compito e il proprio posto di lavoro. E così gli alberi pian piano si spogliavano mentre il treno correva e io pensavo a cosa avremmo fatto una volta giunti a destinazione. Lei era al mio fianco, il suo esile corpo poggiato al mio, i suoi occhi chiusi per la stanchezza. Avvertivo il suo flebile respiro nonostante gli sbuffi e lo sferragliare del treno. Non la guardavo per paura di disturbare il suo riposo, preferendo concentrarmi sulla natura circostante, o meglio su ciò che riuscivo a vedere dal finestrino presso il quale ero seduto. Avevo visto, durante tutta la durata del tragitto, il paesaggio cambiare più volte. Dalle case eleganti e nobili, dignitose ed altezzose del centro cittadino, a quelle sobrie e modeste della prima periferia. Poi, la corazza di ferro si era allontanata parecchio dalla stazione di partenza, ed eccola attraversare la periferia della periferia, con baracche fatiscenti e disgustose, strade sporche e bambini che, incuranti ed incoscienti, giocavano presso i binari, salvo poi spostarsi all’ultimo momento sentendo il folle ululato del treno nero mentre i passeggeri rivolgevano loro riprovevoli sguardi. Pensavo: che colpa ne hanno quei bambini lì? Pensavo anche: che degrado quaggiù, provando un leggero brivido alla schiena e tanta voglia di non vedere nulla per non alimentare la mia consueta tristezza. Lei anche allora dormiva e quindi non riuscì ad ammirare il progressivo ma inesorabile dissolversi delle costruzioni umane per lasciar spazio a campi coltivati, che poi divenivano incolti che poi divenivano selvaggi. Pensavo: quanto è potente la natura! E mi immaginavo in chissà quale luoghi, esotici e straordinari.

 

Un fischio più forte degli altri, il lento rallentare del veicolo indicò il suo approssimarsi alla stazione terminale, dalla quale sarebbe ripartito solo dopo qualche ora. Pensai: un po’ di meritato riposo anche per questa diabolica ed artificiale creatura, ma non potevo perdere troppo tempo in elucubrazioni, quindi con dolcezza ed il volto trasformato da un sorriso, svegliai la mia piccola amica, che aprendo gli occhi rispose alla mia espressione con uno sguardo pieno di tenerezza. Di lì a poco ci mettemmo in cammino, con passo sicuro e deciso. La sacca, pesante ed ingombrante, la mantenevo io, nonostante le sue insistenze per fare dei brevi turni. Pensavo: tu sei già stanca, io sono più forte, e così proseguivo con un peso che non era poi così gravoso, mentre le strade man mano si spopolavano e le case di quest’altra città si rimpicciolivano e divenivano meno belle, secondo un rituale già noto. Pensavo: tutto il mondo è paese.

 

sentiero.jpgFu allora che cominciammo l’ascesa della montagna, diretti a quella radura di cui ci avevano parlato i pochi amici che ci erano rimasti. Lì avremmo sostato e mangiato il pasticcio di fegato d’oca che lei aveva preparato con immensa cura. Pensavo: speriamo non la stanchi troppo questa salita. Le luci gradualmente scomparivano, nascoste anche dalla vegetazione che si infittiva. A malapena la luna riusciva a filtrare con la sua luce, e solo poche erano le stelle che si vedevano. Accesi la candela che avevo portato con me, prevedendo una simile situazione. Eravamo immersi in un silenzio tanto forte e persistente che sembrava avere una propria consistenza materiale. Sembrava pervadere la tenebrosa e ormai fredda aria notturna. Pensavo: ci muoviamo facendoci strada fra alberi e silenzio, immersi in tenebre rese più scure dalle poche luci che le illuminano. Cominciavamo ad essere un poco inquieti, ma in fondo era quello che volevamo, per festeggiare a modo nostro la vigilia del giorno di Ognissanti, con una cena a lume di candela in un posto isolato e lontano, condita da storie di paura e misteri. Io ne avevo in mente ben tre, lei invece solo una, come ella stessa mi aveva confessato suscitando la mia ilarità e i miei leggeri sfottò.

 

Un fischio, improvviso, squarciò la notte. Pensavo: è il treno. Pensavo anche: è impossibile, non può essere già ripartito. Come se avessi fatto queste considerazioni a viva voce, lei mi guardò interdetta, ma io la rassicurai, dandole un leggero bacio sulla fronte mentre la tenevo tra le braccia. Fu allora che una repentina quanto inaspettata folata di gelido ed invisibile vento spense la candela e produsse un intenso fruscio, mentre i rami smossi impedivano alla luce degli astri di illuminarci con costanza. Automaticamente la strinsi più forte, e proprio in quel mentre comparve una giovane donna davanti a noi. Sembrava essere sbucata dal nulla, smunta, emaciata, pallida in volto e nelle vesti. La paura divise il nostro abbraccio. Sentii un nodo alla gola e il cuore accelerare, produrre un rumore possente quanto quello del treno nella sua folle corsa. Anche il mio cuore correva, alternando battiti a battiti sempre più rapidi. Pensai: devo fare qualcosa. Lei mi guardava, sembrava interessata a me e a me soltanto, del tutto indifferente a colei che mi stava accanto.

 

bosco_di_notte.jpgÈ successo qualcosa?, le chiesi, cercando di capire quale problema avesse quella spettrale e sbiadita parvenza di donna.

Non ora, mi rispose, con una voce strappata alla morte, quasi senza muovere le labbra, col corpo completamente immoto. Non riuscivo a staccare gli occhi da lei, e quindi allungai solo meccanicamente la mano verso quella della mia povera amica, immaginando dove potesse essere la sua tremebonda figura. Pensavo: cosa posso fare?

Posso aiutarti in qualche modo, le domandai, con sincerità ed interesse, frammisto ad una paura che sempre più invadeva la mia anima, mentre il vento continuava ad infuriare e la luce quasi più non filtrava tra gli alberi, se non per illuminare la mia inaspettata interlocutrice conferendole un aspetto ancor più irreale e terrificante.

Non ora, mi rispose di nuovo, senza emozioni nel suo parlare, senza intonazione, quasi senza vita. Pensavo: cosa devo fare? E pensavo anche: cosa devo fare? E pensavo continuamente: cosa posso fare? Ma fu lei a compiere un’azione, e io vidi il suo movimento lento ed inesorabile, come l’acqua che calma, goccia dopo goccia, riempie una vasca nella quale è immerso un uomo, che vede la propria morte appropinquarsi senza poter far nulla. Si girò leggermente, mostrando il lato sinistro del collo. Un’asta le era stata conficcata nella carne, in un’immensa, disgustosa macchia di sangue rappreso, che dal punto della penetrazione le colava giù sulla veste, che d’un tratto non mi sembrò più tanto bianca, ma sempre più sporca, sempre più scura. Un urlo di terrore alla mia sinistra empì l’aria. Il mio cuore sussultava, mentre io ansavo fino a quando non sentii più nulla. L’urlo era cessato, il vento non soffiava più, la luce della luna, più intensa che mai, illuminava appieno la scena. Fu allora che riconobbi la piccola asta metallica come una penna, una penna appartenuta a me. Mi coprii gli occhi con le mani, ma ciò non mi impedì di vedere le scene di un infelice amore e di una vita spezzata. Lei era stata la mia fidanzata per diversi anni – come avevo fatto a non riconoscerla subito? – poi il nostro rapporto si era interrotto a causa di un peccato tanto terribile quanto inenarrabile, che mi costrinse ad abbandonare tutto e a lungo vagare tra le infernali terre del rimorso e della pena. Di lei non avevo più nulla saputo, ma ora vidi distintamente i suoi lunghi pianti, i piatti pieni di cibo che lasciava senza toccare, le cure che medici e familiari si affannavano a darle, inutilmente, il suo suicidio, con la penna che io le regalai, segno di un’affezione sincera, simbolo di un tempo felice. Fu l’ultima cosa che vidi prima di perdere la conoscenza, mentre lontano, nella stazione, il treno fischiava e si accingeva a compiere il percorso a ritroso.

La vigilia di Ognissantiultima modifica: 2009-10-30T15:18:00+01:00da carminedecicco
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