10/05/2012
Resto in silenzio
Resto in silenzio perché credo che le cose che non dici e non scrivi in fondo non esistano. Se non le dici, se non le scrivi, non le pensi nemmeno con chiarezza, e le cose che non sono chiare, che rimangono nella tua coscienza allo stato di impressioni e inquietudini fanno meno male dei pensieri veri e propri. Perciò resto così, in silenzio, un poco triste, è vero, ma alla tristezza nella vita ci si abitua.
11:51 Scritto da: carminedecicco in blog life | Link permanente | Commenti (5) | Trackback (0) | Segnala | Tag: silenzio, tristezza, cose, pensieri, inquietudini, blog life, impressioni, abitudine, grigio, coscienza | OKNOtizie |
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02/05/2012
Tonio Kröger - 10 racconti x 10 paesi
Tonio Kröger è un lungo racconto, per certi versi autobiografico, scritto nei primi anni del Novecento dallo scrittore tedesco Thomas Mann. Al centro dell’opera, come da titolo, Tonio Kröger, la cui vita viene narrata in nove capitoli attraverso alcuni momenti significativi. Si tratta di un individuo diverso dagli altri per la sua capacità di amare e fare arte. Tonio è un artista e per questo, fin dalla prima adolescenza, vive un rapporto conflittuale con la realtà che gli sta intorno e con gli individui che potremmo definire normali. Una volta divenuto uomo, il contrasto tra ciò che egli è e ciò che invece dovrebbe essere si acuisce. Lo scritto di Mann, che è sì racconto lungo, ma potrebbe anche esser definito romanzo breve, evidenzia gli importanti contrasti presenti nella vita del protagonista, come quello tra i genitori, commerciante tedesco il padre, spirito libero di provenienza esotica la madre. Lo stesso nome, Tonio Kröger, riflette questa doppia natura. In una prosa intrisa di musicalità e di simbolismo, l’autore dà conto del difficile processo di formazione di una coscienza artistica e del rapporto dell’artista con il mondo. Definito dagli artisti un «borghese su strade sbagliate», Tonio si rende conto, in seguito ad un viaggio nel suo paese natale e poi sulle coste danesi, dove reincontra i giovani che un tempo idolatrava, che la sua forza sta proprio nella doppia natura, in quell’invidia per la mediocrità e la semplicità che gli amanti della bellezza non riescono a provare, ma che egli non può fare a meno di sentire. Non artista, non borghese, o meglio, entrambe le cose ma nessuna al punto giusto. Una situazione ambigua eppure favorevole se debitamente sfruttata. Un’ambiguità che, innestata sulla stupenda prosa di Mann, rende l’ultimo dei racconti letto per l’iniziativa “10 racconti x 10 paesi” sicuramente una delle letture più piacevoli e significative.
09:55 Scritto da: carminedecicco in 10x10 | Link permanente | Commenti (1) | Trackback (0) | Segnala | Tag: tonio kröger, thomas mann, 10x10, racconti, letteratura, artista, borghese, contrasto, germania, dissidio | OKNOtizie |
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24/04/2012
Aprile dolce dormire?
“Aprile dolce dormire” recita un celebre adagio popolare. Niente di meno adatto a questo mese di aprile, non trovate? È un mese piovoso e freddo quello che stiamo vivendo, capace di bloccare la primavera che non troppo tempo fa era principiata. Che birbante! Di quel primo caldo, di quel torpore, di quell’aria rilassata e agiata che fa nascere la stanchezza leggera e soave che invita al riposo, nemmeno l’ombra. Perciò, almeno per quest’anno, sarebbe meglio dire: “aprile niente dormire!”.
Ok, la smetto di litigare con i proverbi e passo ad altro: un ringraziamento. Ringrazio Stefania, autrice del bel blog “Odore Intenso di Carta”, che mi ha conferito un premio: mi ha inserito nella lista di quindici blog meritevoli. Troppo buona. Il riconoscimento, arrivato in un periodo un po’ così, come si suol dire, mi giunge davvero gradito. E ovviamente, causa festeggiamenti, mi impedisce anch’esso di dormire!
Grazie Stefania!
12:04 Scritto da: carminedecicco in blog life | Link permanente | Commenti (4) | Trackback (0) | Segnala | Tag: aprile, aprile dolce dormire, meteo, aprile 2012, premio, riconoscimento, blog life, stanchezza, adagio popolare | OKNOtizie |
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16/04/2012
Americas Cap
Oggi per l’Americas Cap il lungomare era pieno di gente. E pensare che non era nemmeno una bella giornata, di quelle che di solito fanno ad aprile, quando l’aria è dolce e non troppo calda, il cielo è azzurro e il mare calmo, che tu lo guardi da via Caracciolo e ti pare una cartolina, con il Castello e il Vesuvio sullo sfondo. Oggi tirava un vento forte, che faceva sventolare con furia le bandiere sistemate apposta per le gare delle barche a vela, i catamarani, come li chiamano per radio: parevano impazzite. Le bandiere parevano impazzite, no le barche, che nonostante ci fossero le onde che con forza sbattevano contro gli scogli, filavano serie serie sull’acqua sfidandosi tra loro, con l’equipaggio che andava avanti e dietro per fare le manovre. Dagli altoparlanti messi in villa dicevano che andavano veloci, anche se a me non sembrava vero. Sarà perché sono abituato a vedere le corse dei motorini preparati nei quartieri, o a mio padre che corre come un pazzo sull’asse mediano, quando fa tardi a qualche appuntamento. Però erano belle da vedere, le barche. E non piacevano solo a me. Tutti stavano a fare foto, chi con i telefonini, chi con gli aipad, chi con le fotocamere digitali. Stavano pure quelli con i binocoli, per seguire le regate anche quando i catamarani si allontanavano dalla riva. Alle spalle di noi che ci sporgevamo dai muretti per osservare la gara passavano gli ambulanti. Chi vendeva birre, chi cocacole, chi taralli caldi. Vendevano pure binocoli, ma nessuno se li comprava, a parte qualche turista che non sapeva che stavano cari. Io non tenevo né macchina fotografica né cellulare. Guardavo con i miei occhi, no attraverso un vetro, e cercavo di sforzarmi di ricordare tutti i particolari. Papà mi ha detto che se mi concentravo a scuola come stavo concentrato lì, sicuro mi avrebbero promosso. Io ho sorriso, ma in realtà un po’ mi sono sconfortato: la fine dell’anno non è lontana, e io sto un po’ inguaiato con i voti. Ma non ci ho voluto pensare più di tanto, e così mi è tornata l’allegria.
Tra una regata e un'altra siamo andati a prendere una pizza. Per la strada che il sindaco ha chiuso alle macchine c’erano biciclette, gente che correva a piedi o che andava sui pattini. Le ragazze passeggiavano tenendosi per mano, quelle più grandi stavano un po’ scollate e papà quando le vedeva faceva battute con un amico. Dopo la pizza siamo andati in villa a visitare i saloni messi apposta per l’Americas Cap. C’era un po’ di tutto, pure delle signorine vestite da arabe che non parlavano l’italiano. Mi ha fatto ridere uno che si voleva fare una foto con loro e glielo diceva in dialetto stretto. Quelle si guardavano e non capivano, ma secondo me fingevano soltanto.
È stato un bel pomeriggio, veramente. Però il ritorno a casa è stato stancante. Papà e l’amico se la son voluta fare a piedi fino a Piazza Garibaldi, chi li capisce! Io vedevo i pulmànn che passavano e invidiavo quelli che ci stavano dentro, perché i piedi mi facevano male. Però è vero che stavano stretti stretti, come le sardine nelle scatole di latta che si aprono la vigilia di Natale. Ci abbiamo messo quasi un’ora ad arrivare alla stazione, ma prima di prendere il treno mi sono comprato una bella sfogliatella. Non la mangiavo da un sacco di tempo. La Circumvesuviana è passata in orario e papà ha detto che era un vero miracolo, con i tempi che corrono. Abbiamo trovato pure due posti liberi, ma poi ci siamo alzati per far sedere due vecchiaerelle. Io ho sbuffato, ma papà ha detto: «Porta pacienza». Lo diceva sempre pure il nonno. «Qualche volta mi devi portare al cimitero?» ho domandato dopo questo pensiero. Lui mi ha fatto di sì con la testa, poi ci siamo preparati per scendere alla nostra fermata.
19:12 Scritto da: carminedecicco in Racconto | Link permanente | Commenti (3) | Trackback (0) | Segnala | Tag: america's cup, coppa america, napoli, lungomare, regate, catamarani, aprile 2012, circumvesuviana, racconto, golfo di napoli | OKNOtizie |
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09/04/2012
Pasquette proletarie
La sveglia suona alle 7:00 in punto, nonostante la sera precedente si sia fatto tardi a star a casa di amici. Ci si lava in fretta, perché l’appuntamento è alle 8:00 presso l’imbocco dell’autostrada e bisogna caricare nella macchina le prelibatezze che sono state preparate, tortani, rustici, pizze piene e pastiere, le bottiglie di vino rimediate tra parenti e amici, l’immancabile Supersantos e le carte francesi e pure quelle napoletane, per i più campanilistici. Sulla faccia c’è ancora la forma del cuscino, ma si esce di casa in fretta e furia, senza aver nemmeno tempo di guardare il cielo e di scorgere le minacciose nuvole nere che ti guardano con superbia come a dire: non hai ancora fatto i conti con noi!. Arrivi puntuale all’appuntamento, nonostante i battenti, i fujenti, i curiosi e i turisti che affollano le strade. Solo a quel punto ti rendi conto che tutto è inutile: sei come al solito il primo, e ti toccherà aspettare gli altri che arrivano alla spicciolata. E così passano i minuti, sempre più minuti, ma tu nemmeno ci provi a guardare il cielo che si fa sempre più grigio e resti in macchina ad ascoltar le sigle dei cartoni animati e altre canzoni demenziali. Sono le nove passate quando ci sono tutti. Quasi tutti. Sei entusiasta perché in fondo si è in procinto di partire, ma non è così: puntualmente c’è chi propone di non lasciare spazi vuoti nelle automobili, perché è un peccato andar con troppe macchine, e poi non pensate all’ambiente? A quel punto un po’ la vena sulla fronte si ingrossa, pensando che il tipo fino a ieri ha scaricato illegalmente pneumatici dei tir nel Parco Nazionale del Vesuvio, ma alla fine non dici nulla e accetti passivamente la proposta pensando: almeno un po’ di compagnia durante il viaggio. Il tempo di organizzarsi con le automobili, di aspettare quelli che la vanno a posare in questo o quel parcheggio e si parte. Mentre guidi la tua vettura – quale se no? – piena di tizi che non conosci affatto, i famosi amici di amici, ma che si vede lontano un miglio che sono sfigati cominci a pensare che forse era meglio star soli. Tutti sfigati. Tutti tranne uno: il saccente della comitiva, che chissà perché ogni Pasquetta tocca a te, nonostante proprio non lo riesci a digerire e ci metti un anno per sbollire la rabbia che inopinatamente ti fa montare con i suoi discorsi e le sue tirate da moralista di sinistra. Cazzo. Ma tant’è, una volta arrivati ci si divertirà. E così acceleri cercando di battere tutti i record di velocità sull’autostrada, ma dietro la prima vera curva lunga ecco davanti a te comparire il temutissimo traffico. Sarà un incidente, ti dici, sarà solo un tratto, pensi, ma poi finisci imbottigliato e cammini a passo di lumaca per circa cinquanta chilometri mentre il cielo comincia a schiarirsi e le nuvole liberano un sole che sembra avercela con te, sì proprio con te, con i suoi raggi diretti proprio nel tuo abitacolo, a farti sudare e a minare ancor più il fragile equilibrio mentale del momento. Ma alla fine arrivi. davanti a te uno scorcio di verde Irpinia. Il lago, il prato verde, i barbecue. E circa un migliaio di individui, tanto che la densità arriva a 18,5 persone per metro quadrato. Vabbé, si caccia fuori il pallone per fare due tiri, ma non lo tocchi nemmeno che ti senti un po’ d’acqua addosso. E non è il tuo nuovo amico balbuziente, quello che ti ha bagnato tutto il sediolino posteriore. No, è la pioggia. Prima ne cadono poche gocce, poi diventano sempre più numerose finché scoppia un vero e proprio acquazzone. Si rifila in auto, a mangiar salame, pane e fave, ma nemmeno te ne vedi bene pensando a tutte le briciole che cadono a terra e all’inutilità dei dieci euro spesi per lavare l'auto. E mentre ascolti distratto un discorso che dalla religione finisce a celebrare gli eroi della Resistenza, pensi che davvero non ne puoi più e desideri soltanto tornare a casa senza aver più cattive notizie. Fortunatamente la multa che ti sei beccato infrangendo il limite di velocità nell’unico chilometro di strada senza traffico ti arriverà tra qualche settimana.
22:09 Scritto da: carminedecicco in blog life | Link permanente | Commenti (2) | Trackback (0) | Segnala | Tag: pasquetta, pasqua, maltempo, gita, gita fuoriporta, cibarie, lunedì in albis, lunedì dell'angelo, amici, disorganizzazione | OKNOtizie |
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29/03/2012
Il crollo della casa Usher - 10 racconti x 10 paesi
Il crollo della casa degli Usher è un crollo al tempo stesso reale e metaforico. Metafora e realtà non sempre – quasi mai – camminano a braccetto, ma in questo racconto di Edgar Allan Poe inserito nell’iniziativa “10 racconti x 10 paesi” lo fanno. Lo scritto, non troppo lungo, è considerato uno di quelli più rappresentativi dello scrittore statunitense. Già nel titolo ci rendiamo conto dell’accostamento tra realtà e metafora: la casa di cui si parla è sì la casa fisica, che si sgretola davanti agli attoniti occhi del narratore, ma indica anche la casata, la famiglia degli Usher, che definitivamente si estingue con la morte di Roderick ucciso dalla sorella gemella Madeleine, morta qualche giorno prima. Sì, avete letto bene. La defunta in una notte in cui – manco a dirlo – imperversa un uragano si rifà viva – è proprio il caso di dirlo – e provoca la morte del fratello e la fuga del narratore, che poi è un amico di Roderick, accorso nella sua dimora per esaudire l’accorata richiesta del primo, bisognoso di un conforto nella sua difficile situazione di salute. Di fronte all’assurdità dell’accaduto il narratore non può far altro che fuggire. Una fuga che è reale, ma che diviene anche simbolo, simbolo dell’impossibilità di rispondere in maniera razionale al misterioso e tragico evento. Ma non inaspettato. Fin dalla prima pagina è evidente infatti l’idea di tristezza e solitudine che grava sul luogo e sui dimoranti. La giornata è triste, cupa, silenziosa; le nubi basse e opprimenti; il narratore è solo e attraversa un tratto di regione singolarmente desolato. La Casa Usher è malinconica e appare al viaggiatore solo quando si allungano le ombre della sera, e alla sua prima vista lo invade un senso di tristezza intollerabile. Termini di questo genere compaiono più volte nel corso del brano. Ma oltre all’idea di tristezza e solitudine ve ne un’altra che torna con forza: la paura. “Il crollo della casa Uscher”, pubblicato per la prima volta nel 1839, è un racconto dell’orrore, si badi bene. E l’atmosfera di terrore non domina soltanto le ultime pagine, ma, promanante dalla casa, riga dopo riga avvolge protagonisti e lettori. Del resto, sembra esserci un’arcana corrispondenza tra Roderick, l’ultimo erede della stirpe degli Usher, e la sua abitazione. Pensate che egli crede che perfino gli esseri inanimati siano in possesso di una sensibilità, proprio come gli uomini. Va da sé che la morte dell’ultimo degli Usher significhi la distruzione della casa. Accade – lo accennavamo prima – una notte di intemperie. Il cadavere di lady Madeline riposa in una delle numerose cripte che si aprono sotto i muri maestri dell’edificio, modo per conservarlo dall’insistente curiosità dei medici, che volevano studiarlo per avere delucidazioni sulla sua strana malattia. Per il rumore dell’uragano né il narratore – di cui, come spesso in Poe, non vengono fornite indicazioni alcune – né Usher riescono a dormire. Il primo per tranquillizzare l’altro legge il Mad Trist di Sir Launcelot Canning. Succede a un tratto che i rumori e le urla descritti nel romanzo sono avvertiti anche nella realtà dai due uomini. La situazione diviene intollerabile, finché il padrone di casa ammette: «L’abbiamo sepolta viva». Un attimo dopo la terribile apparizione della donna, che trascina con sé il fratello ormai cadavere.
08:51 Scritto da: carminedecicco in 10x10 | Link permanente | Commenti (8) | Trackback (0) | Segnala | Tag: il crollo della casa usher, edgar allan poe, usa, orrore, racconti, 10 racconti x 10 paesi, letteratura, paura, morte, roderick usher | OKNOtizie |
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24/03/2012
Conigli, pulcini, colombe e agnellini
Ci siamo. Con il mese di marzo che lentamente si avvia alla fine e l’imminente arrivo di aprile, la Pasqua si avvicina. E così la mia casa si riempie di addobbi a tema, perlopiù a forma di uova di colori vivaci. Sopra si vedono raffigurati conigli, pecorelle, colombe, pulcini. Quasi una fattoria, insomma, piena di animali domestici dal viso dolce e dall’espressione allegra. Gli addobbi pasquali non saranno numerosi come quelli natalizi, ma son belli lo stesso! Impreziosiscono camere illuminate a festa dal sole di Primavera; fanno bella coppia con i fiori e le piantine di ogni colore che trovano spazio in piccoli vasetti o strani soprammobili; si sposano bene con i colori dei tulipani che, portati anni fa dall’Olanda, continuano a rigenerarsi dopo ogni inverno. Conigli, pulcini, colombe e agnellini mettono allegria, ma sono anche simboli. Simboli della Pasqua, che ancor più del Natale dovrebbe segnare un momento di estrema letizia. Io di questa festività, al di là dell’aspetto religioso, ricordo sempre con un sorriso un gioco che da piccolo facevo insieme a mia sorella. Tra ciò che riempie le tavole durante la Settimana Santa non mancano mai gli ovetti di cioccolato, quelli piccini ma estremamente gustosi, avete presente? Bene, il gioco consisteva appunto nel nascondere questi ovetti in giro per la casa – ma non in tasca, eh! Poi, pronti e via: si cercava di trovarne il più possibile. Io dovevo trovare quelli nascosti da lei, lei quelli nascosti da me, ovviamente. Di solito le gare si concludevano con un sostanziale pareggio, al termine del quale si pensava bene di mangiare il tesoro faticosamente rinvenuto. Sono convinto che a cercar bene tra queste mura qualche ovetto mai ritrovato c’è ancora. Si cela chissà dove, ormai immangiabile ma presente e vivo, sebbene nascosto. Magari i conigli e i pulcini che affollano mobili e tavolini e che nel corso degli anni hanno più e più volte cambiato la loro posizione di esposizione sanno qualcosa, ma si ostinano a non parlare. Io non me la prendo, e continuo a fissarli divertito per il tempo che fu!
19/03/2012
L'imprevisto - 10 racconti x 10 paesi
Una società di uguali, senza alcuna distinzione, non è possibile. Un pensiero che trova conferma dalla lettura de “L’imprevisto”, un breve racconto della scrittrice cinese Tie Ning, l’unica presenza femminile tra gli autori dell'iniziativa “10 racconti x 10 paesi”. Nella Cina della Grande (e infausta) Rivoluzione Culturale di Mao, il possesso di un ritratto fotografico è segnale di distinzione sociale. Shanxing e i suoi genitori, per farsi una fotografia da inviare al fratello militare in un’isoletta del sud, devono affrontare un lungo viaggio, degno delle peripezie narrate nelle vecchie favole. Un'esperienza da ricordare, insomma, un viaggio avventuroso al termine del quale la famiglia giunge alla propria meta: lo studio fotografico animato da una bella ragazza con la permanente che fa la foto nascosta dietro una scatola di legno e con la testa coperta da un panno nero. Tempo una quindicina di giorni e il ritratto arriva a Taiergou, dove i tre risiedono, ma non è quello che la piccola e i suoi genitori aspettano. Raffigura infatti una ragazza, sola, segno evidente che c’è stato uno scambio di foto. Le sorprese per il lettore, tuttavia, non finiscono qui. Contrariamente a quanto si aspetterebbe, infatti, la famigliola decide di tenere lo stesso la fotografia e di appenderla alla parete di casa. Con una piccola bugia, Shanxing identifica la misteriosa sconosciuta con la futura moglie del fratello lontano, suscitando l’ammirazione dei vicini curiosi. Un racconto realistico, dunque, che non disdegna di risolversi con una conclusione sorprendente e capace di far sorridere, ma anche di insegnare una lezione, che poi è la stessa riferita all’inizio: la necessità di essere diversi, e non uguali, la necessità di possedere, e non di aver tutto in comune. La necessità, in fondo, di essere liberi.
23:12 Scritto da: carminedecicco in 10x10 | Link permanente | Commenti (2) | Trackback (0) | Segnala | Tag: tie ning, imprevisto, cina, rivoluzione culturale, fotografia, avventura, libertà, comunismo, racconti, 10 racconti x 10 paesi | OKNOtizie |
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17/03/2012
Giallo rosa bianco
Giallo, rosa, bianco. Li vedo così, non nell’ordine, ma piuttosto confusi, come in un disegno dipinto da un piccolo e disordinato colorista dell’asilo. Li vedo quando mi affaccio dalla finestra, quando cammino in auto per strade più lontane dal centro, quando l’autostrada costeggia le campagne dell’interno. Il giallo è quello delle mimose, che alte ed eleganti si stagliano contro l’azzurro del cielo, ma anche dei più corti e meno aggraziati friarielli, che crescono indisturbati negli ampi terreni. Il rosa e il bianco son quelli dei fiori che sbocciano dagli alberi che appena qualche settimana fa parevano morti. Boccioli preziosi che adornano i rami e abbelliscono gli albicocchi che sterminati riempiono le terre ai piedi del vulcano che dorme. Ritornare verso casa e lasciarsi riempire gli occhi da questi colori, da questi fiori, oh quale inappagabile gioia! La gioia della natura che ritorna viva, come ogni anno dopo il terribile e lungo inverno. Quest’anno, poi, la rinascita mi sembra quanto mai maestosa e stupenda. È stato il gelo di febbraio, mi spiega mio zio, contadino da una vita, mentre attonito mi perdo nei quadri bucolici disposti a ogni angolo nella sua campagna. Non è ancora Primavera, eppure l’aria frizzante, il cielo avaro di nuvole, il giallo, il rosa, il bianco, gli effluvi trasportati dalla brezza leggera invitano a dire: «Addio Inverno; che bella la vita!»
08:28 Scritto da: carminedecicco in blog life | Link permanente | Commenti (12) | Trackback (0) | Segnala | Tag: quasi-primavera, primavera, inverno, campagna, fiori, rosa, giallo, bianco, rinascita, natura | OKNOtizie |
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14/03/2012
Desiderio d'altro - 10 racconti x 10 paesi
Si fa presto a dire desiderio. Si fa presto a dire desiderio d’altro. Il desiderio fa parte di noi, della nostra stessa natura, e quasi sempre è desiderio d’altro. Certo, non nego che si possa desiderare, quando siamo felici, che tutto rimanga così come è. Ma la maggior parte delle volte si desidera qualcosa d’altro, di diverso. Lo fanno anche i protagonisti del racconto dello scrittore, poeta e drammaturgo nigeriano Olujide Adebayo-Begun. Aziz, un futuro brillante davanti a sé, desidera soltanto amare pienamente Allah, senza alcuna distrazione; John Olatoye, insegnante di studi sociali, pubblica amministrazione e fondamenti di filosofia, invece desidera proprio Aziz, prova nei confronti del giovane una forte attrazione sessuale. Poi c’è Waris, fratello di Aziz, che desidera avere la stessa considerazione di quest’ultimo. Il desiderio dei protagonisti si muove sullo sfondo di una realtà complessa e multiforme, in cui forte è lo scontro – ma anche la convivenza – tra cristianesimo e islamismo. Ancora una volta un racconto di un autore africano – il secondo incluso nell’iniziativa “10 racconti x 10 paesi” – si basa su un gioco di opposizioni. Ma “Desiderio d’altro” è anche, appunto, altro. È la storia della famiglia Oduwale vista attraverso gli occhi del vicino interessato, John; è una storia che parla di invidia, di omosessualità, di sfratti, studi e possibilità di riscatto. Di liti e stragi, come quella in cui si perdono le tracce di Waris, da poco convertitosi al cristianesimo e partito alla volta della casa di uno zio paterno, medico cristiano che invano si era proposto per ospitare Aziz, affinché questi studiasse all’università. Un evento drammatico a cui si risponde ora confidando in Cristo ora in Allah, ma che serve anche a riavvicinare Aziz al resto della famiglia: il giovane aveva chiesto a John di ospitarlo cosicché non fosse costretto a lasciare la città al seguito dei suoi familiari e potesse proseguire gli studi religiosi. Non sappiamo come si evolveranno gli eventi: l'autore Olujide Adebayo-Begun ferma il suo racconto qui. Egli apre soltanto uno spiraglio sulla realtà nigeriana, sufficiente però a darci la possibilità di conoscerla e capirla meglio. La scrittura - e la lettura - serve anche a questo!
10:13 Scritto da: carminedecicco in 10x10 | Link permanente | Commenti (4) | Trackback (0) | Segnala | Tag: africa, olujide adebayo-begun, nigeria, 10 racconti x 10 paesi, 10x10, desiderio, desiderio d'altro, racconti, letture, opposizioni | OKNOtizie |
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