27/01/2012

La grande muraglia - 10 racconti x 10 peasi

«Resistete ancora un po’, perché in fondo non è altro che neve,
vuol farci credere di essere fredda, come fanno le smorfiose,
ma poi finirà per ammorbidirsi e si scioglierà»

 

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Terzo appuntamento con “10 racconti x 10 paesi”: questa volta si parla di Ismail Kadare e della grande muraglia cinese al centro del suo scritto. Rispetto agli autori finora affrontati – Čechov e Pessoa – l’albanese Kadare non gode della stessa fama letteraria. Anch’io confesso di incontrarlo per la prima volta nel mio percorso di lettore (o di "ferrarista della letteratura", citazione creata ad hoc da Cipralex). Si tratta di uno scrittore (classe 1936) nato nel sud dell’Albania e che ora vive in Francia dove continua la sua attività di autore di testi narrativi, saggi e poesie.
Il suo racconto che ho letto è intitolato “La grande muraglia”, un testo che, come è facile intuire, parla della maestosa opera eretta in Cina a partire dal III secolo avanti Cristo, ma anche di altri muri: quello tra il potere e chi lo subisce, quello tra chi è simile per natura ma diverso per colore dell’uniforme, quello tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti. Di mura, del resto, è piena la nostra civiltà. Dall’indimenticabile muro di Berlino alle mura della letteratura carceraria, passando per il muro di Sartre, il concetto di muro inteso ora come limite ora come protezione ha pervaso e pervade scritture, riflessioni e immaginari del giorno d’oggi.
Quello che è al centro del racconto di Kadere (noto come Kadaré in Francia) è un muro antico, che si sgretola e che va ricostruito. Ma non per difendersi dai nomadi, nemici da sempre dalla grande e potente Cina. La ricostruzione della muraglia è parte dell’accordo segreto negoziato tra barbari e cinesi, ed è stata chiesta proprio dai primi. Figuratevi la reazione del sorvegliante Shung, una delle due voci che animano lo scritto, quando lo è venuto a sapere da un non meglio precisato membro della Direzione 22 della Musica. Insomma, lui lì a difendere il proprio paese, timoroso che i nomadi possano attaccare da un giorno all’altro, e i dissoluti e corrotti uomini politici della capitale intenti invece a firmare patti segreti con i nemici.
Nemici, poi, perché? In fondo l’altra voce del racconto, quella del nomade Kutluk, non è poi così diversa da quella del sorvegliante. Insomma, credo di non sbagliare nel definire quello di Kadare come un racconto sull’identità, sull’ipocrisia, sull’arbitrio del potere, racconto che non disdegna di assumere toni storici e nostalgici, che sanno di leggende e rievocazioni collettive, né di fornire un coraggioso punto di vista dell’Aldilà, nel quale il nomade finisce dopo una morte improvvisa quanto inspiegabile, quasi un sacrificio tributato al muro, mentre ne percorreva l’intera estensione per sorvegliare i movimenti avversari.
Uno sguardo che giustamente ridimensiona le attività e le opere dell’uomo (a proposito, non è vero che la Muraglia Cinese è l’unica opera non naturale visibile dallo spazio!), eppure conferma l’amore e l’affetto che gli spiriti serbano per il mondo terreno, tant’è vero che essi vogliono sovente tornarci, e lo farebbero se non fosse per le guardie che lo impediscono. Tra le vittime dell’intransigenza delle sentinelle, anche un tale chiamato Gesù Cristo, conclude Kadare.


Io, invece, concludo con un desiderio e un consiglio. Il desiderio è quello di aver presto l’opportunità di leggere altre opere dello scrittore albanese, il consiglio è quello di avvicinarvi a quest’autore che, tra l’altro, è stato più volte candidato alla selezione finale per il Premio Nobel, ed è considerato ad oggi il massimo portavoce della cultura albanese nel mondo.

25/01/2012

Prima candelina - Alla ricerca di lei

Il primo Gennaio, come vi anticipai qui, il mio blog ha compiuto tre anni. Per “festeggiare” l’anniversario ho pensato di riproporre tre racconti - uno per ogni anno di vita - scritti in passato e già pubblicati su queste pagine virtuali. Questo che segue, intitolato “Alla ricerca di lei”, lo scrissi nel marzo del 2008, per poi postarlo a fine gennaio 2009. Nel riprendere in mano queste righe ho apportato loro diverse modifiche, rendendole tra l’altro ancora più “inconcluse”. Qui trovate il link al racconto originale.



Praga, Gennaio 19**



Uscii della camera velocemente. Non controllai nemmeno il mio aspetto nel grande specchio posto all’ingresso, cosa che, da quando avevo preso dimora lì, non era mai accaduta, e che dunque disegnava bene lo stato di agitazione che stavo vivendo. Ebbi tuttavia il tempo di sentirmi avvolgere per l’ultima volta dal dolce torpore liberato dai ceppi d’acero che ardevano nel grosso camino. Chiusi poi senza riguardo la porta alle mie spalle. Difilato percorsi le strette e numerose rampe di scale mal illuminate, preparandomi al brusco crollo della temperatura una volta che sarei stato in strada. Giunsi al pianterreno e aprii da solo il pesante portone del palazzo. Nel farlo rivolsi un cenno all’usciere, a metà tra il saluto e la sfida. Questi, in tutto risposta, mi fissò sospettoso. Era evidente che non gli piacessi, ma non avevo certo intenzione di struggermi per questo.

Appena fui in strada il vento mi schiaffeggiò in pieno volto. Le mie narici furono invase dall’odore di fumo, fui aggredito dal freddo. L’essermi aspettato qualcosa del genere non mi fu di alcun giovamento. Dovetti abituarmi in fretta alla cosa. Camminando vidi intorno a me crocchi di miserabili riuniti presso camini improvvisati, ubriachi che cantavano malinconiche note alle stelle. La luna, nel pieno del suo splendore, fissava senza far trasparire emozioni gli angusti e bui viottoli di Zpàtky. Fissava le case coi tetti spioventi che cadevano a pezzi, mute e sofferenti, i piccoli negozi con le loro insegne malsicure, colorate dalle luci violente dei neon. Fissava me, che a passi sempre meno decisi mi dirigevo verso la stazione della metro. Confuse idee gremivano la mia mente rendendola poco lucida.

Senza un piano preciso, un indirizzo, un indizio, mi ero convinto ad andare alla ricerca di lei. Due giorni erano passati dal nostro ultimo, fugace incontro. Mi era apparsa improvvisamente, calma e nobile, irresistibile. Se non fosse stato per la sublime e sensuale impressione che emanava la sua figura, avrei detto che si trattava di una presenza divina. Come al solito, del resto: non era la prima volta che si lasciava vedere. Mi era comparsa davanti in molte altre occasioni, la prima delle quali in piazza C., al morire del giorno. Non mi ero mai chiesto chi fosse, quasi la solennità della sua presenza non tollerasse domande banali. Semplicemente l’avevo seguita, e camminando le tenevo la mano, la guardavo fisso negli occhi, cercando inutilmente di leggere i suoi pensieri. Camminammo per ore; non una parola, una spiegazione. Solo la consapevolezza di vivere inimitabili attimi, passo dopo passo, con l’intera città come sfondo, mero accessorio di scena per la nostra Prima.

Rividi ogni singolo istante di quell’incontro e dei successivi, fino all’ultimo. Continuai a percorrere le strade mentre la notte avanzava. Ero indeciso e sempre più nervoso, mi muovevo come un ubriaco. Arrivai sul ponte Zime, il più antico della città. La statua dell’imperatore che lo aveva fatto erigere ancora troneggiava al centro della struttura, là dove si allargava in pompa magna. Mi fermai a fissarlo, immobile da secoli, chiedendomi quanti disperati in notti senza luna gli avessero lamentato le proprie pene dinanzi ad una bottiglia di Becherovka, muta osservatrice. Mi sporsi dal parapetto per guardare il fiume e, lontani, gli alti palazzi del centro, le ville suntuose, i passanti veloci, minuscoli. Fu allora, inspirando quell’aria bagnata per via dell’acqua corrente, che capii.

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23/01/2012

Il banchiere anarchico - 10 racconti x 10 paesi

Ecco la seconda puntata di “10 racconti x 10 paesi”, l’iniziativa volta alla lettura di dieci racconti di altrettanti autori di altrettanti paesi diversi. Questa volta al centro della discussione “Il banchiere anarchico” del portoghese Pessoa.

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Fernando Pessoa (1888 – 1935) è soprattutto un poeta, ma nella sua non troppo lunga carriera letteraria ha anche dato vita a diversi racconti, come quello in questione. Anzitutto, una premessa. In questo scritto, a differenza di quanto avveniva ne Il monaco nero di Čechov, il tempo del racconto coincide pressappoco con quello della storia. Dopo cena, la voce narrante chiede conto all’amico banchiere delle voci che ha sentito sull’essere anarchico di quest’ultimo. Ne parla  «a caso», per cercare di rianimare una conversazione che, come capita dopo cene laute e soddisfacenti, si era spenta. Con grande sorpresa dell’altro, il banchiere che «fumava come chi non ha pensieri» conferma le voci. Sì, egli è un anarchico. Ovvio che l’amico gli chieda ulteriori delucidazioni, cosa che non viene rifiutata. Inizia così la lunga ricostruzione di come il ricco capitalista sia diventato anarchico in teoria e in pratica, a differenza di tutti gli altri, che anarchici lo sono soltanto in teoria.
Il racconto, con l’azione prossima allo zero, concentrato com’è su rievocazioni di passaggi mentali, scelte, dubbi e risoluzioni, è monopolizzato dal banchiere, e l’amico che narra si limita ad avere soltanto una funzione marginale di conferma e rottura di tanto in tanto del discorso dell’altro. Il banchiere con lucida serenità riesamina le fasi cruciali del suo percorso anarchico. Lo fa attraverso un metodo che non sbagliamo a definire dilemmatico, un po’ come il Machiavelli de “Il principe”. I suoi ragionamenti sono impeccabili, sorretti come sono dalla vittoria sulle obiezioni che egli stesso oppone alle proprie teorie. Ma, in buona sostanza, cosa dice questo banchiere?
Nato povero e senza che le possibilità naturali, il protagonista della vicenda diventa anarchico per il sogno di abolire tutte le finzioni e le convenzioni sociali. Ma ben presto si rende conto che all’interno dello stesso gruppo di anarchici si crea una situazione di convenzione, con chi dà ordini e chi li riceve. Decide quindi di essere un anarchico autonomo, che indipendentemente dagli altri persegua la via della libertà. Ovviamente da solo non può preparare una rivoluzione sociale, quindi cerca di dar libertà ad un singolo: se stesso. E come liberarsi? Attraverso il denaro. Il banchiere è diventato così ricco che ora il denaro gli è indifferente, non esercita più su di lui alcun potere. Ha compiuto quindi la sua missione di anarchico, che però, in maniera del tutto paradossale, lungi dal contribuire a liberare l’umanità dalle convenzioni e dalle istituzioni sociali, ha arricchito lui e lui soltanto. Una sorta di eterogenesi dei fini che tuttavia non viene sentita dal protagonista come colpa. Chiarita, dunque, l’espressione iniziale: il banchiere è convinto di aver fatto il proprio dovere di anarchico – si considera del resto l’unico vero anarchico – e ricco com’è non ha più pensieri per la testa.


Il racconto di Pessoa, scritto nel 1922, ma giunto in Italia solo negli Anni ’80, è uno scritto lucidissimo che può a prima vista sembrare un’esaltazione delle rivoluzioni private, quelle combattute dai singoli per cercare successo e ricchezza. Ma a ben vedere, l’anarchismo del ricco banchiere appare solo come una giustificazione ad uno stile di vita indifferente agli altri. Certo, si dirà, l’egoismo è più naturale di tanti altri sentimenti umani, ma è pur sempre vero che per raggiungere quelle che già Leopardi con ironia chiamava «le magnifiche sorti e progressive» dell'umanità una somma di egoismi (anarchici o meno) non è certo auspicabile. Con buona pace del banchiere fumatore di ottimi sigari.

21/01/2012

Fugace impressione

Minacciose dalla cima del monte
discendono nubi grigiastre
somigliano a una mano possente
che cerca di avvolgere tutto
invidiosa del vario vivente
contrapposto all’uguale del cielo.

Pioggia (1).JPG

19/01/2012

Il monaco nero - 10 racconti x 10 paesi

«Dove, in che paese o su quale pianeta
gira in questo momento questa insensatezza ottica?»

 

Ecco qualche riga sul primo dei racconti che ho letto per l'iniziativa “10 racconti x 10 paesi”.

Psicologia e filosofia, malattia e follia, elezione di Dio e mediocrità, destino dell’umanità, vita dopo la morte. Temi de Il monaco nero, temi di questo racconto scritto dal russo Anton Pavlovič Čechov (1860 – 1904) nel gennaio del 1894. Un racconto di medie dimensioni, capace però di offrire righe dense di significati, appassionanti e coinvolgenti.
Lo scritto ha diverse velocità. La parte iniziale è molto lenta: il professore di psicologia e filosofia Andrej Vasil'evič Kovrin si reca dai Pesockij, la sua famiglia adottiva, per trascorrere le vacanze estive e approfittare dell’occasione per rimettersi in sesto fisicamente e psicologicamente. L’autore concentra l’attenzione sulle attività di frutticoltori degli ospiti – padre e figlia – e sui loro rapporti con il protagonista. Sembra uno scorcio di vita normale, tranquilla.
Poi, improvviso, imprevisto, l’evento che fa cambiare tutto (il cosiddetto "esordio", nella tradizionale ripartizione della struttura di un testo narrativo). Kovrin ricorda un’antica leggenda di un monaco nero che gira per il mondo. Non sa perché gli sia tornata in mente questa storia, né da chi l’abbia appresa. Fatto sta che comincia a vedere questa figura nel frutteto dei Pesockij e prende a parlare con lui. Siamo nella parte centrale del racconto, quella più propriamente speculativa, anch’essa lenta: il monaco – non si tratta d'altro che di un'allucinazione – e il professore discorrono amenamente di ogni sorta di argomenti. Il primo fa credere al secondo che le sue allucinazioni siano frutto della genialità. Solo i geni, coloro che fanno procedere più speditamente l’umanità nel proprio percorso, vedono cose che gli altri non vedono. Kovrin è felice ed orgoglioso di ciò, e anche sulla scorta di queste emozioni decide di sposare Tonja, la figlia del proprietario di casa, suo padre adottivo.
La situazione idilliaca non è però destinata a durare. Una notte – comincia così la parte finale del racconto, quella più veloce – mentre riposa accanto alla moglie, il professore vede il monaco nero. Comincia a dialogare con lui, e ciò fa svegliare la donna, che, vedendolo dialogare con una poltrona vuota, ha la conferma di quel che temeva da tempo: il marito è diventato pazzo. Lo spinge quindi a curarsi, e col tempo questi guarisce.
Ma lungi dall’essere fonte di felicità, la guarigione fa sprofondare Kovrin nella mediocrità. Sa di non essere più un genio, bensì una persona triste e volgare, ormai infelice, e non riesce a perdonare moglie e suocero per averlo convinto ad intraprendere le cure. I rapporti tra loro si fanno sempre più tesi finché il protagonista decide di abbandonare la moglie. Si ammala di tisi e, tempo qualche anno, muore, proprio dopo aver letto - neanche per intera, del resto - una lettera in cui la donna che aveva sposato lo maledice. Durante gli ultimi spasimi gli fa compagnia il monaco nero, tornato dopo lungo tempo a trovarlo, che lo consola e gli conferma la sua genialità. Di qui il sorriso beato sul volto del cadavere.

Čechov (che, va detto qui per inciso, fu anche autore di teatro) ha scritto un racconto splendido ed inquietante, coinvolgente e che sa far riflettere. Il lettore viene guidato dalla mano invisibile dell’autore e sente ciò che egli vuol fargli sentire: la mediocrità della vita degli agricoltori opposta alle aspirazioni del professore, la sensazione che la crisi psicologica del protagonista stia distruggendo non solo l’armonia familiare, ma anche gli altri personaggi, e così via, fino alla bella e terribile fine, che poi è anche un inizio, l’inizio dell’amore per lo scrittore russo, autore di questo e altri racconti indimenticabili. Consigli? La Steppa, La corsia numero 6, Il duello, I contadini, Il racconto di uno sconosciuto, solo per fare qualche nome.

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17/01/2012

Il fuoco del Santo

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Amici, vi è mai capitato di perdervi nella muta contemplazione del fuoco? Siete mai stati rapiti – gli occhi pieni del riflesso delle fiamme – dai pensieri che nascono e bruciano quando di fronte o accanto a voi un fuoco, che sia quello del camino, quello di un falò o quello di un incendio, riscalda la notte?
Oh, sì, a me è capitato, e tante volte! Capita anche adesso. Le persone che sono intorno a me quasi non le percepisco: sembrano macchie scure che appaiono dietro a vetri impiastricciati di polvere; la musica delle tammorre e i canti popolari arrivano alle mie orecchie come tenui sussulti incapaci di attirare l’attenzione, melodia di sfondo sulla quale si attesta una sinfonia per ben altri uditi; il gelo che avvolge ogni cosa, che sembra aver acquisito quasi consistenza materica su di me non grava: mi risparmia come una questione troppo prosaica non affligge l’animo del nobiluomo. Mi sento quasi come un anacoreta, un illuminato che riesce a vincere le proprie tentazioni e avanza a grandi falcate nel percorso verso la santità.
Ma forse, amici, questa mia attrazione nei confronti delle fiamme che ardono nel buio delle tenebre di metà gennaio ha qualcosa di meno nobile e trascendente. Non estasi, non santità, ma ricordi della fanciullezza, mezzo per rivivere la magia ingenua che un fuoco sprigiona col suo calore, con la sua luce, con la sua forza. Il fuoco può essere amico e salvezza, ma al tempo stesso pericolo terribile…
Oh, sapeste che turbinio di impressioni mi avvince in questo momento. La realtà mi arriva come minima, breve, insignificante interferenza: il chiacchierio della gente, le immagini di uomini e donne incappottati con cura, l’odore della carne che cuoce, la neve che timida imbianca la cima del Vesuvio. No, non posso staccare gli occhi dalle fiamme per più di un attimo. Calamitano la mia attenzione, la mia passione. Sento il mio spirito in quella forza cieca e irrazionale che arde, che consuma, che degrada l’energia e la disperde. Il fuoco è volontà di potenza, e al tempo stesso rappresentazione: avverto questo fuoco affine agli altri fuochi, a tutti i ceppi accesi per Sant’Antuono, a tutti i fuocarazzi che i bambini, prese in prestito le fascine dagli ignari contadini, hanno allestito nei loro giardini. Ma così grande è la forza di queste fiamme, che nella sua contemplazione mi sovvengono tutti i roghi del mondo e della storia. Roghi di purificazione, di punizione, roghi di libri. Incendi di guerra, incendi di passione. Fiamme del peccato, fiamme dell’inferno, frecce infuocate, danze sacre intorno ai roghi. Fiaccole torce candele ceri.
Certo, anche questo fuoco si consumerà, su di esso si poserà dapprima la notte, animale furtivo appostato a debita distanza, ma pronto a balzare sulla cenere quando è ancora ardente, e poi il gelo, l’inesorabile gelo portato dai Mercanti della neve.

Certo, si spegnerà anche questo falò, ma, che siano quelle reali o quelle metaforiche delle passioni, la vita stessa per vivere chiederà nuovamente le fiamme. E una mano, tremante o sicura, tornerà ad accendere un fuoco...

15/01/2012

I Mercanti della neve

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Da dietro la montagna lento si alza il sole. Improvvido è sorto anche oggi, pur sapendo di non riuscire a vincere la concorrenza con il freddo. I suoi raggi illumineranno l’aria gelida senza riuscire a riscaldarla, rifulgeranno sulla neve addormentata ai bordi delle strade, nei giardini delle case, nelle terre. Assisteranno poi al nuovo e intenso cadere di bianchi fiocchi, che si distenderanno accanto ai loro fratelli che già da giorni hanno lasciato l’alto cielo.
«Anche oggi andate in campagna?».
«Si capisce. Devo cogliere gli ultimi broccoli e far fascine».
Il rapido scambio di battute avviene lungo la via principale del borgo, accanto alla chiesa. La giovane maestra si affretta verso la piccola scuola con qualche pesante tomo tra le mani, il robusto contadino con calma si avvia verso la sua terra, appena fuori il minuscolo agglomerato di case.
Quando vi arriva accende un fuoco presso la capanna di legno nella quale sono custoditi i suoi attrezzi, e dopo essersi un po’ riscaldato si mette all’opera: entra nelle serre per la raccolta, poi armato di accetta tira via i ramoscelli agli alberi ormai privi di foglie, scheletri marroni che si ergono in un mare di neve.


Anni fa, pensa l’uomo, di questi periodi non si poteva far assolutamente nulla. Né con le piante, né con gli animali. Anche i muratori stavano fermi. Ma ora un po’ il tempo, un po’ la vita sono cambiate. Scruta l’alto monte ai piedi del quale sorge il piccolo paese di cui egli abita una frazione. È quasi completamente imbiancato, ma un occhio esperto come il suo sa cogliere minime e quasi impercettibili modificazioni rispetto ai tempi passati.
«Sempre a lavoro!».
«Non tutti sono fortunati come te».
Le parole parlate a distanza hanno rotto il silenzio meditativo del luogo. Un vecchio e minuto signore si avvicina presso il contadino, con un grosso sorriso stampato sul volto rubicondo.
«Oggi arriva il primo dei Mercanti della neve, quando ti decidi a tornare a casa? Cos’è, la tua moglie non ti vuole tra i piedi e ti ha cacciato?».
«Almeno io una donna che mi aspetta al mio ritorno ce l’ho…».
I due vecchi amici sono abituati a salutarsi prendendosi in giro, con scambi di battute spesso anche salaci.
«Quando credi di finire? Mi serve una mano nel giardino» domanda il nuovo arrivato contando in mente le fascine ammucchiate vicino alla capanna.
«Carico il trerruote, faccio qualche consegna ed ho fatto».
«Sempre che te lo abbiano riparato, quel trabiccolo».
«I Santi che portano la neve non mi vogliono far lavorare per sti tre giorni, ma almeno le consegne me le devono lasciar fare. E poi le fascine servono per il fuocarazzo di Sant’Antuono. Il santo non andrà contro i suoi stessi interessi».
«Già» risponde l’altro, diventando muto subito dopo, come sempre accade quando si perde nei ricordi della giovinezza. «Già, il fuocarazzo. Beh, andiamo, ti accompagno dal meccanico».
I due si incamminano,lenti, un po’ parlando un po’ guardandosi intorno. Un vento freddo uscito chissà da dove prende a seguirli.

13/01/2012

10 racconti x 10 paesi

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Ne avevo già parlato qui. È giunta ora di concretizzare i buoni propositi dello scorso anno. Parte oggi una nuova iniziativa targata 10x10. Non dieci pagine di dieci libri, questa volta, ma dieci racconti di altrettanti scrittori. Ogni scrittore di un Paese diverso, beninteso. Una clausola, questa, per evitare l’appiattimento delle letture sulle solite letterature. Ci saranno la Russia, la Francia, l’Inghilterra, gli Stati Uniti d’America, la Germania, il Portogallo, ma anche la Cina, l’Albania, la Nigeria e il Kenia. Proprio un bel tour, insomma. L’iniziativa si protrarrà per tre mesi, così si potrà leggere e recensire con calma e al tempo stesso riservar spazio anche ad altro. A chi avrà la pazienza e il piacere di seguire quest’iniziativa: buon proseguimento!

Ecco le mie scelte:

Autore Titolo del racconto Paese
Anton Cechov Il monaco nero Russia
Gustave Flaubert Un cuore semplice Francia
Thomas Mann    Tonio Kroger Germania
Edgar Allan Poe La caduta della casa degli Usher Usa
Olujide Adebayo-Begun Desiderio d'altro Nigeria
Tie Ning    L'imprevisto Cina
Fernando Pessoa Il banchiere anarchico Portogallo
Binyavanga Wainaina Merce delicata Kenia
Ismail Kadaré    La grande muraglia Albania
Roald Dahl Il passaggio Inghilterra

12/01/2012

Recensione de "La compagnia dell'Anello" ovvero ritornerò tra le Miniere di Moria

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Accanto a me ho la mia copia de Il Signore degli anelli – La Compagnia dell’Anello, una tazza a forma di dado gigante colma di tè alla vaniglia, un paio di fogli per prendere appunti. Di solito amo scrivere postille e note direttamente sulle pagine dei volumi che leggo, ma preferisco comunque avere a portata di mano fogli – rigorosamente riciclati – su cui segnare pensieri e impressioni un po’ più corposi. Da tempo mi ripromettevo di leggere l’opera più famosa di Tolkien, dopo aver assaporato il suo stile ne Lo Hobbit. Il primo capitolo della trilogia della Guerra dell’Unico Anello è invero tutt’altro lavoro rispetto alla favola che ha dato origine all’intero mondo creato dallo scrittore britannico. Eppure affonda le proprie radici in quella storia. Nella prefazione alla seconda edizione inglese del Signore degli Anelli Tolkien confessa di averne iniziato la stesura prima che Lo Hobbit fosse finito e pubblicato nel 1937. L’autore ci dà conto di un percorso travagliato, e non solo a causa della Guerra Mondiale che sconvolse in quegli anni il mondo. La stesura del capolavoro della letteratura epico-fantasy subì diverse battute d’arresto. La prima poco dopo l’inizio, quando il linguista Tolkien preferì dedicarsi a completare e sistemare la mitologia e le leggende dei Tempi Remoti, cito, solo per fornire un necessario retroterra di “storia” alle lingue elfiche. Notizia che, a ben leggere, è davvero sensazionale: testimonia il successo dell’unione delle diverse attività a cui si è legati (in questo caso quella dello studioso di lingue e dello scrittore di romanzi), successo che deriva dall’impegno e dalla scrupolosità.
Nella stessa prefazione un altro aspetto fondamentale è quello del rifiuto di qualsivoglia interpretazione allegorica della propria opera. Non solo Tolkien dichiara di «detestare cordialmente l’allegoria in tutte le sue manifestazioni», ma sconsiglia di leggere l’opera che più di tutte lo ha reso famoso in chiave allegorica, distinguendo l’applicabilità al pensiero e all’esperienza del lettore con l’allegoria, che invece richiede un intervento autoriale che non vi è stato.
Insomma, niente Hitler o Churchill dietro ai personaggi della Terra di Mezzo: bisogna leggere il libro così come è scritto, senza cadere nella tentazione di attribuire questo o quel fallace significato dietro a questo o quell’angolo dell’opera. Si legga questa senza postulare metafisici piani di similitudine, tendenza spesso presente in certa critica che diffonde talvolta errate letture delle opere arrivando ad ostacolarne la libera e spensierata fruizione.
Linberi e spensierati, due aggettivi non usati a caso. È così che ci si deve accostare a quest’opera così densa e robusta, così pregna di eventi, emozioni, sentimenti. Un’opera epica, un’opera-mondo che ha sempre tanto da dire, e che tanto, grazie all’ispirazione che ha fornito, ha fatto dire. Ma nessun romanzo fantasy è stato capace di toccare le vette de Il Signore degli Anelli, un’opera che piace, e piace ancora oggi, per tanti diversi motivi.


Io, a esempio, ho apprezzato anzitutto la capacità di Tolkien di dar vita ad un mondo niente affatto antropomorfizzato: le creature che si muovono nella Terra di Mezzo sono davvero estranee a noi e ai nostri modi di essere e pensare. Altro punto dell'opera che ho particolarmente amato è quello dei due capitoli dedicati alle Miniere di Moria: un viaggio nell’oscurità e nella paura, tra il pericolo e il Male senza nome, che mi ha lasciato senza fiato, che mi ha avvinto ed emozionato come raramente è successo. Un viaggio al termine del quale mi sono detto: ritornerò tra quelle miniere.

09/01/2012

L'Epifania tutte le feste porta via

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Non c’è stato niente da fare.
Eppure mi ero preparato bene, anche con largo anticipo. No, non è che avevo proprio approntato un piano preciso, di quelli che si schematizzano su cartelloni e si indicano con nomi buffi tipo “Piano oh oh oh” oppure “Nome in codice: Babbo Natale”. Però il mio l’avevo fatto, come si dice dalle mie parti. Mi ero armato di tutto punto – armi improvvisate, ovviamente, ma pur sempre capaci di far male – per impedire all’Epifania di «tutte le feste portar via». Già, perché questa cosa a me non è mai andata giù. Fin da piccolo mi hanno sempre detto che: «l’Epifania tutte le feste porta via». Ma poi chi è st’Epifania? La sorella cattiva della Befana? Se così fosse, la loro sarebbe davvero una famiglia sui generis, con una sorella che porta le calze piene di dolciumi e i regali, e l’altra che fa finire tutte le feste. Come dite? Mi sbaglio? L’Epifania è una festa? Ma se così fosse come può arrogarsi il diritto di portarsi via tutte le altre?
Secondo me vi sbagliate: l’Epifania è una maga, di quelle cattive però. Soggioga la volontà di tutti e impone loro di togliere alberi di Natale, presepi e addobbi vari. Ma avete fatto caso a quanto sia triste la casa dopo il 6 Gennaio? Pare più grande e spaziosa, ma al tempo stesso meno allegra e festosa. Quasi non la si riconosce più. Ecco, per evitare tutto questo – e così torniamo a quanto dicevo all’inizio – io quest’anno mi ero preparato per impedire che l’Epifania portasse a termine la sua odiosa missione. Più che una lotta non violenta, come quella della Piccipù che si piazza davanti all’abete per evitare di farlo spogliare dagli addobbi e non si sposta fino a quando non la portano via a forza, la mia doveva essere una tattica maggiormente offensiva. Pronto a battermi per prolungare le feste! Con le armi, ma anche a mani nude, se necessario.
Tuttavia, lo dicevo prima, tutto è stato vano. Stavolta l’Epifania ha spalmato la propria invisa azione su più giorni, evitando una battaglia campale con me e preferendo una strategia diversa, fatta di piccoli assalti ripetuti. È pure una buona stratega, oltre ad essere una perfida maga! Un po’ il 6, un po’ il 7 e un po’ l’8 di Gennaio i segni della festa sono spariti. E così mi ritrovo senza più addobbi per casa, senza luminarie, senza il cartellone del brainstorming e senza altre cose del genere. Alla fine mi son dovuto arrendere e ho anche riposto nel ripiano alto dell’armadio pigiami, calzini e boxer rossi.
Ma sapete cosa vi dico? L’anno prossimo mi preparo ancora meglio. E vedremo chi la spunterà. Ma poi, voi per chi fate il tifo? Per me o per l’Epifania? Se volete collaborare alla mia giusta battaglia siete i beneaccetti, badate bene! E se anche non posso offrirvi uno stipendio, almeno avrete la gloria nonché il riconoscimento di tutti per aver prolungato il periodo delle feste.
Che dite? C’è chi vuol far finire le festività? E perché mai?
Sì, in effetti se Natale durasse tutto l’anno sarebbe meno bello. E sì, se Natale durasse tutto l’anno non avremmo altre feste e altre tradizioni come quella del fuocarazzo di Sant’Antonio, del Carnevale, di Pasqua e via dicendo. Non ci sarebbe l’estate né Halloween, Ferragosto né la scampagnata del Mercoledì delle Ceneri. Capisco, capisco, però…
Beh, devo riconoscere che se ogni giorno fosse festa, le feste non le attenderemmo con tanta trepidazione. Uff…sono costretto a darvi ragione: ogni periodo dell’anno ha le proprie feste e le proprie tradizioni, ed è bello viverle tutte appieno, piuttosto che concentrarsi esclusivamente su una.
Sì, sì, avete ragione. Però io il prossimo anno almeno una contusione voglio provocarla lo stesso all’Epifania. Giusto così, per togliermi lo sfizio…