In fin di vita

La guardò bene ancora una volta per lunghi istanti. Per gli ultimi lunghi istanti. Si soffermò sui suoi capelli biondi, sulla gentile espressione del pallido viso. Guardò il foulard rosso che le aveva legato intorno al capo per coprirle gli occhi. Occhi verdi, come dimenticarlo. Certo, non li avrebbe mai scordati, tuttavia si rammaricò di non poterli vedere in quel preciso momento. Ma lo aveva dovuto fare, si giustificò. Sì, le aveva dovuto sistemare quel foulard sul volto, per evitare che potesse vedere qualcosa nel caso l’effetto del sonnifero sarebbe cessato prima del previsto. Non voleva che i suoi occhi si riempissero delle tristi e spaventose immagini che precedono la morte. Quando pronunciò nella propria mente quest’ultima parola fu percosso da un brivido. Un istante dopo, tuttavia, il suo volto si aprì in un ghigno. Lei doveva morire quella notte, in quello squallido tugurio. Seduta su quella sedia malferma mangiata dalle tarme, la sua vita doveva estinguersi. L’avrebbe ferita a morte con la pistola che reggeva nella mano sinistra. Tra un attimo. Un attimo, l’ultimo attimo. Ma davvero avrebbe avuto il coraggio di compiere un’azione simile? Sorrise, rispondendosi di sì. Non sto compiendo un atto malvagio, ripeté a voce lenta a se stesso, con calma, come un maestro paziente ripete un concetto ostico ad uno scolaro in difficoltà. La sto salvando. La sto salvando da questo schifo. Salverò lei e poi tanti altri. Se solo potesse, mi ringrazierebbe.

Ma non potrà.

Fu allora che comprese che non avrebbe più potuto ascoltare la voce di quella ragazza, la sua anima gemella. Annegò nella tristezza più cupa. Si riprese, infine. Aveva una missione da espletare. Posò lo sguardo freneticamente sulla pistola, poi sul volto della ragazza. Cominciò a tremare, mentre alzava la sinistra e puntava l’arma in verticale verso di lei. La abbassò di nuovo, velocemente. Codardo, si disse. No, anzi, malvagio. Sei malvagio se non la uccidi. Solo dandole la morte potrai salvarla, e lo sai. “Ma ne siamo sicuri?” chiese un’altra voce, proveniente da chissà quale angolo remoto della sua coscienza. Certo. Alzò di nuovo la pistola, pronto a colpire, ma questa volta non arrivò nemmeno a piegare il gomito a novanta gradi. “Ragioniamo” disse la stessa lontana voce di prima. Fu allora che, come un’improvvisa mistica visione, gli apparve la scena di quella sera, la sera della sua conversione. Era seduto su una panchina vuota nella stazione centrale, disgustato dalle scene a cui aveva assistito. A cui continuamente assisteva. Povertà miseria violenza. Cominciò a pensare, indifferente alla torma di turisti che saliva o scendeva dai vagoni dei treni. Pensò, come di consuetudine in quel periodo, alla causa ultima, al senso della vita:

“Il male dilaga su questa terra e non si può far nulla che realmente serva per sconfiggerlo. Non soltanto non lo si può sconfiggere, ma non si riuscirà mai nemmeno a diminuire la sua quantità. Esso è presente in una data quantità nella vita di ogni giorno, e non vi è alcun procedimento che faccia decrescere questa misura. L’unico modo di operare per il bene proprio è quello di tentare di allontanare il male da sé, giacché il fatto che esso non si possa eliminare non implica per forza di cose che esso non si possa spostare. Se io mi sottraggo al giogo del male, aumenta il male a cui devono sottostare gli altri. Questa può apparire un’azione crudele, infima, ma è l’unico modo per non soffrire direttamente. Per allontanare il male da sé bisogna infliggerlo agli altri, nella stessa quantità che verrebbe inferta a noi, o che noi presumiamo ci verrebbe inferta. Per avere una stima attendibile del male da allontanare, e quindi del male da fare agli altri, si può percorrere a ritroso la propria esistenza. Tutto il dolore provato si può, come dire…donarlo, ecco, agli altri. Chi ha più sofferto è legittimato a far soffrire in maniera maggiore gli altri, in modo da allontanare il dolore che altrimenti colpirebbe lui in maniera speculare a come lo ha già colpito in passato. Quindi, chi più soffre, più deve far soffrire. Si, è dura, ma è proprio così. E, nondimeno, chi mai si è imbattuto nel male deve astenersi dal farlo agli altri. Nella vita di ogni uomo, ma anche di ogni animale o cosa, esiste il male, la violenza, il dolore. Prima o poi tutti ne verranno a contatto. Meglio prima che poi, in quanto il poi, se è a lungo…a lungo procrastinato, comporterà una dose di sofferenza tanta e tale da far distruggere nelle fondamenta qualunque essere, vivente o non. E ciò non soltanto perché il male si è col tempo accumulato e non ha agito in piccole dosi, ma anche perché l’età tarda e la mancanza di qualsiasi antidoto sarebbero letali”.

Quella sera si rimproverò per dove si era spinto con i propri pensieri, ma nei giorni successivi tornò spesso a percorrere quelle strade, spingendosi nel medesimo luogo, giungendo perfino ad oltrepassandolo. Capì di aver ragione. La solidarietà, gli affetti, l’umanità, in una parola, non lo commuovevano più. Sulla stessa panchina, una sera come le altre, comprese che le persone care erano solo un intralcio. Se non avesse conosciuto nessuno in quest’orrido mondo, non avrebbe indugiato affatto: suicidio. Ma c’erano gli affetti, i parenti, gli amici. Non voleva aggiungere al loro dolore, altro dolore per la propria morte. Diventare assassino di se stesso non era la via migliore. Furono giorni terribili, quelli. Si sentiva in una prigione. Un’enorme prigione. Desiderava la pena di morte, ma nessuna giuria era disposta ad accordargliela. Ma aveva capito che nemmeno la morte era un porto quieto. Imprigionato nell’insensata catena dell’esistenza, capì che doveva assolutamente fare qualcosa per evitare di impazzire. Pazzo, sì, forse era pazzo a voler uccidere la sua donna, ma molto più probabilmente erano pazzi tutti gli altri. Tutti pazzi e lui sano. Sì, doveva essere così, proprio così. Un nuovo, strano ghigno si dipinse sul suo volto. La devo baciare per l’ultima volta. Posò la pistola sul tavolo impolverato, le si avvicinò, e le sfiorò dolcemente le labbra. Ricordò il primo bacio a quel concerto, tra musica divina e visioni teologiche. Si ritrasse da quell’unione commiserando se stesso e riafferrò l’arma. Era quello il momento giusto. Le avvicinò la canna alla tempia e toccò il grilletto. Prima di premerlo con forza fu invaso da nuove immagini di quegli ultimi mesi. La cerimonia di iniziazione, i discorsi agli altri adepti della setta. Ricordò i versi della poesia, quelli che recitavano:

 

estinzione solo bene concreto

per l’umanità

 

Doveva premere quel dannato grilletto. Doveva ucciderla, perché l’aveva amata e ancora la amava. L’avrebbe liberata definitivamente. Si sarebbe procurato poi il rispetto degli altri adepti, della sua “guida spirituale”. Avrebbe cominciato con lei, poi, sarebbe toccato agli altri amici, ai parenti. A tutta l’umanità. Ci estingueremo, e solo allora nessuno potrà più soffrire. È strano, pensò, che io faccia male a qualche essere umano. Io ho cominciato ad impegnarmi in queste riflessioni per cercare una via di uscita al dolore altrui, all’infelicità del povero vagabondo ignorato ed insultato da tutti, alla tristezza della madre che ha perso il proprio figlio, del ragazzo che ha perso la fidanzata. Ora io, così sensibile al dolore altrui, finisco per dare patimenti agli altri? Se lei muore soffriranno i suoi familiari…ucciderò loro pure! Tutti, tutti cadranno sotto i proiettili di questa mia arma. Lo faccio per loro. Ma se lei non volesse? Se le piacesse questa vita?

Come può piacerle questo schifo?

Tuttavia mentre si poneva queste domande aveva nuovamente abbassato la pistola. Non sapeva più cosa fare. Aveva bisogno di un aiuto. Ma chi in questo mondo terribile è disposto ad aiutare un altro uomo?

“Lei” rispose prontamente la solita, remota, voce. Lei mi ha aiutato in diverse occasioni. Mi è stata vicina. Fu assalito da una cieca rabbia. Lei stava contraddicendo tutte le sue teorie, quelle teorie a cui tanto a lungo aveva lavorato. Maledetta. Pensò alla sua fede, alla sua nuova fede, e capì tutto. In quel tugurio, quella sera di triste primavera capì tutto. Il senso ultimo del mondo, della vita. Alzò la pistola, finalmente deciso a sparare…

 

pistola1.jpg
In fin di vitaultima modifica: 2009-01-03T17:47:00+01:00da carminedecicco
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3 pensieri su “In fin di vita

  1. Complimenti, gran bel racconto….profondo, filosofico, complicato…proprio come sei tu! Eliminare il male dal mondo e per fare ciò infliggere del male agl’altri..sei davvero contorto ed in un certo senso geniale!Ci hai aggiunto anche un pochino di romanticismo e la giusta dose di follia…ti sta proprio bene il soprannome Demon!

  2. Caro,
    il racconto è bello, certo quanto ad originalità hai fatto di meglio, non tanto per il tema (che non è poi tanto fuori dal comune, dato che oggi è diffcile essere originali in base al tema scelto), ma lo stile è stato migliore in altri racconti.
    La tua prosa è semplice e lineare, la sua forza è l’essere grigia, tutta uguale e per questo penetrante oltre ognilimite, fastidiosa quasi e proprio per questo turbamento che dona, assolutamente ammirevole. Una sorta di opaca malinconia che inonda ogni tua parola, ogni espressione, eppure in modo nuovo ogni volta. Qui però queste sensazioni alle quali mi ero abituata leggendo altri racconti, in questo scema un po’ e lo rende un po’ meno coinvolgente, ma forse te ne sei accorto anche tu, perché ad un certo punto hai inserito il discorso sul male e sul “fare del male”, molto interessante, soprattutto se almeno in parte lo condividi, questo mi piacerebbe saperlo in effetti, può darsi oppure che il personaggio che inpersonavi avesse preso controllo su di te e le tue teorie…
    Bhè, ne riparleremo, ti devo fare qualche domanda…
    Ah, molto bella e triste la poesia sulla festa, corredata da un’immagine appropiatissima, davvero un’ ottima scelta ed un’ottima creazione!
    Un bacio, a presto.
    Marianna

  3. eeeeeeeee Demon
    sisi proprio Demon
    eeeeeeeeeee
    ma io sn Crudelia e vengo sempre prima
    uahuahauhaauhauahuah
    Aniitaaa nn fargli troppi complimenti ke si monta subito la testaaaa
    nuuuuu
    mi raccomando 😛
    bacibaci
    p.s.veramente 1 bella storia ma ammetto ke vedere tante righe mi ha 1 po abbattuto all’inizio(nn sn donna dalle grandi letture)

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